Non una di meno

Non una di meno

lunedì 28 ottobre 2013

PERCHÉ ADERISCO ALLO SCIOPERO DELLE DONNE Di Rosangela Pesenti, Coordinamento nazionale Udi, Marea, Gruppo Sconfinate



Perché lo sciopero è la forma di lotta non violenta inventata dalle donne e uomini delle classi subalterne per vincere la pretesa dei padroni di sfruttare totalmente il loro tempo, energia, intelligenza. 


Perché le donne hanno agito lo sciopero anche contro le dittature.

Perché sciopero significa incrociare le braccia e rendere visibile il diritto all’autodeterminazione del proprio corpo libero.

Perché sciopero significa esercitare il diritto sul proprio tempo, per le donne sempre occupato e a disposizione.

Perché lo sciopero ferma la produzione e ci consente di ripensarne e ricontrattarne la qualità, la quantità, il senso.

Perché lo sciopero nei lavori della riproduzione sociale - scuola, sanità, pubblica amministrazione, lavoro domestico, lavoro di assistenza, lavoro educativo, casalingato, lavoro di cura - consente di fermarsi e ritrovare il senso delle relazioni umane... [continua]

 

Perché il ritmo industriale fordista che hanno preso le nostre vite in corsa tra lavori precari, traffico cittadino, figli e figlie, anziani e anziane, malati e malate, da accompagnare, accudire, sostenere è diventato insostenibile.

Perché abbiamo bisogno di riprenderci il governo del tempo, rallentare, per abitare con agio gli spazi e i pensieri.

PERCHÉ LO SCIOPERO FU L’ULTIMO PENSIERO RIVOLUZIONARIO DI ROSA LUXEMBURG, GENIALE ECONOMISTA ANTIMILITARISTA UCCISA DA CHI VOLEVA IMPEDIRLE DI AGIRE IL SUO PENSIERO.


Perché sedute accanto nel tempo liberato possiamo pensare insieme.

Perché vogliamo fermare e cambiare la cultura violenta nelle relazioni umane, tra donne e uomini nelle diverse età e condizioni della vita.

Perché il diritto alla vita delle donne è un imperativo che precede qualsiasi altro.

Perché sono una femminista dagli anni ’70 e questo sciopero è stato convocato dalle donne cresciute nei diritti che anch’io ho conquistato e che oggi vengono fortemente minacciati.

Perché questo sciopero è stato convocato da donne che hanno scelto di continuare la lotta per quella cittadinanza piena nella quale diventiamo tutte sorelle.

Perché di questo sciopero le donne sono titolari e gli uomini non sono esclusi.

venerdì 4 ottobre 2013

un'intervista di Barbara Romagnoli

fonte:

http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=58928&typeb=0&Racconti-di-case-fra-generi-e-generazioni

Racconti di case fra generi e generazioni











Rosangela Pesenti è scrittrice e poeta, formatrice sui temi dell'abitare, del disagio, della gestione nonviolenta dei conflitti, della differenza di genere e della storia politica delle donne.
Il 30 settembre arriva a Roma dalla periferia della pianura padana, perché come le piace dire: «solo quando le periferie si muovono, un paese cambia davvero». È laureata in filosofia con un dottorato in antropologia ed epistemologia della complessità e fa parte del direttivo di Udi, Unione donne in Italia.
Alla Casa internazionale delle donne di Roma sarà presentato il suo libro "Racconti di case. Il linguaggio dell'abitare nella relazione tra generi e generazioni" [edizioni junior, 2012]. Un testo corposo, da leggere con calma, ma scritto con un linguaggio chiaro ed efficace.

Perché hai deciso di raccontare le "case"?
Perché ogni essere umano nel corso della sua vita costruisce modi di abitare e, mentre le strutture dell'abitare sono prevalentemente decise dagli uomini, che urbanizzano il territorio secondo forme che rispecchiano e conservano il dominio patriarcale, le pratiche dell'abitare sono appannaggio delle donne: sia negli aspetti di lavoro obbligato, sia in quelli che riproducono le grandi culture del vivere. Partire dalla casa, come luogo materiale che conserva l'asimmetria di potere tra i generi, significa rendere visibile il punto da cui tutti e tutte si parte, da cui non si può prescindere.
Nel libro ho cercato di affrontare una questione difficile, non per l'oggetto, che ci è così consueto da sembrare banale, ma perché propongo una sorta di torsione dello sguardo, un cammino su piste poco battute. È come chiedersi cos'è un armadio: crediamo di saperlo solo perché lo usiamo senza pensarci? L'armadio, come la casa, è contemporaneamente una parte della nostra intimità e il terminale di un complesso sistema produttivo e mercantile.
La casa è centrale nell'immaginario femminile perché è imprescindibile dall'avventura del vivere. L'attaccamento delle donne alla casa non è solo frutto della costrizione al casalingato, ma anche la capacità, spesso inconscia, di conservare le pratiche della sopravvivenza umana, minacciate dalla forma capitalistica del dominio patriarcale e ancora di più dalla sua crisi. La mia è una proposta politica che prescinde dal politichese corrente.

Che differenza c'è fra la casa e il luogo che ognuna di noi sente più proprio?
Il luogo che ognuna sente proprio è casa. Fare casa è una pratica che include tutto il lavoro simbolico con il quale ci autorappresentiamo, trovando e costruendo nel luogo stesso quelle corrispondenze misteriose che definiscono il nostro personale stare al mondo, e tutto il lavoro materiale con cui ci costruiamo un riparo fisico in cui si rigenera il nostro corpo inerme dormendo, lavandoci, mangiando, riposando, ecc. Per questo la casa va annoverata tra i diritti umani fondamentali a prescindere dalle forme che il nostro immaginario vi deposita e dalle risorse che ne rendono o meno possibile l'accesso.

"Si oltrepassa una soglia e si entra in un mondo", affermi ad un certo punto: cosa ti è rimasto nel cuore - che non hai potuto restituire nell'indagine scientifica - delle interviste che hai fatto? Cosa è più difficile da restituire di questo mondo in cui si entra?
Molta parte del sistema-casa esprime i sentimenti più profondi, che ovviamente ho protetto perché la ricerca etnografica non è una forma di voyeurismo sociale. Ho cercato di restituire, nella parte dei racconti, quell'unicità del carattere, quel genius loci di cui gli abitanti stessi non erano consapevoli in quanto partecipi del sistema stesso. Si tratta di un racconto quasi fotografico, che fissa per un momento ciò che è mobile e in continuo mutamento.

Le differenze maggiori fra il punto di vista degli adulti e quello dei bimbi sulla casa che abitano? 
Mi ha colpito l'immediatezza con cui i bambini sanno esprimere il carattere della casa perché hanno la capacità di vivere intensamente il presente. Per gli adulti la casa è anche la sua storia, intrecciata con la loro; sovrappongono passato e futuro finendo col perdere di vista il presente. Insieme al libro ho scritto alcuni saggi, pubblicati in altri volumi, su come bambini e bambine utilizzano il gioco della casetta o del fare casa come processo di costruzione del sé.
Il gioco, percepito e proposto come femminile, sottrae ai piccoli maschi uno spazio immaginativo e cognitivo fondamentale per crescere.

Scrivi: "la casa è forse il più importante laboratorio di costruzione dell'immaginario individuale su di sé e sul mondo", eppure, lo sappiamo bene, la casa è anche luogo di chiusure stereotipate, modelli tradizionali che si ripetono. Rispetto alla relazione fra generi e generazioni che tu indaghi, quali gli stereotipi e quali le sperimentazioni e punti di rottura.
La casa è costruita e ti costruisce. Diventare consapevoli dei modelli che dispongono i mobili e gli oggetti è un processo simile al percorso di comprensione dei significati della lingua con cui ci raccontiamo, deposito della cultura famigliare, sociale, territoriale in cui ci accade di nascere. Si tratta di una cultura costruita e trasmessa prevalentemente dalle donne, la cui mortificazione mina alla radice i processi della conoscenza e minaccia la nostra stessa sopravvivenza. La visione per cui madri e padri sono un problema per l'organizzazione del lavoro e l'allevamento della prole, un'attività che produce solo costi è una patologia così grande che attacca il bene più prezioso della nostra specie: la vita stessa.
La casa è la nostra terza pelle, il nostro inconscio, individuale e collettivo.

Qual è il rapporto fra la casa e il corpo che ugualmente abitiamo?
Noi siamo il corpo e il corpo non può essere che abitante. Capire il modo in cui facciamo casa, non solo nel luogo di residenza, ma nei tanti luoghi abitati, significa diventare un po' più consapevoli dei processi profondi che ci legano alla casa in cui viviamo e per continuità al territorio, all'intero pianeta e all'universo. Guardare il mondo dalla nostra casa può aiutarci a immaginare un futuro diverso radicandone la possibilità nella necessità delle pratiche quotidiane.

venerdì 13 settembre 2013

Sconfinate al Bloom di Mezzago (MI) NO MORE! FEMMINICIDIO, UNA QUESTIONE POLITICA E CULTURALE





in collaborazione con 

Comune di Mezzago - Pro Loco - Comuni Virtuosi - Radio Popolare


 Presenta
DAL 18 AL 22 SETTEMBRE 2013RESTIAMO UMANI  ed.
Storie di quotidiana umanità.
U
na rassegna di racconti, immagini, esperienze di vita reale, arte emusica
D
edicata a Vittorio Arrigoni

 Restiamo umani è un invito a ricordarsi della natura dell’uomo.
Io non credo nei confini nelle barriere, nelle bandiere.

Credo che apparteniamo tutti,
 indipendentemente dalle latitudini
e dalle longitudini, alla stessa famiglia che è la famiglia umana”

Vittorio Arrigoni

Programma
Mercoledì 18 settembre ore 21.00 ingresso libero
NO MORE! 
FEMMINICIDIO, UNA QUESTIONE
 POLITICA E CULTURALE
Intervengono LIDIA MENAPACE e ROSANGELA PESENTI.MOSTRA “Invito a riflettere in collaborazione con il gruppo Sconfinate di Romano di Lombardia - Bg
Durante la serata
BLOOM SOSTIENE LA CAMPAGNA NEANCHE CON UN FIORE
INSTALLAZIONE > Sulla terrazza del BLOOM 124 sagome femminili (è il numero di donne uccise in Italia nel 2012).
Vi invitiamo a portare un fiore per le donne vittime violenza.
PHOTO SET > “Neanche con un fiore”
FACEBOOK> Farsi un autoscatto con un fiore tra i capelli, nelle mani, o sulla bocca con utilizzo di un badge virtuale che ognuno
può “indossare” sul proprio profilo. Campagna ideata da ALIAS Communication e promossa dal Coordinamento Antiviolenza
21 luglio, l’Associazione Le Onde Onlus e il Coordinamento Palermo Pride, per dire basta ad ogni forma di discriminazione e violenza contro le donne.



martedì 4 giugno 2013

Riflessioni intorno al femminicidio di Rosangela Pesenti


Lunedì 27 maggio – lunedì 3 giugno 2013

Ho ascoltato la notizia al telegiornale, con crescente orrore, per l’ennesima ragazzina uccisa, per l’ennesimo ragazzino diventato assassino.
Si rischia di restare senza parole. Forse siamo già senza parole se i media si riempiono dello stesso chiacchiericcio di sempre, mescolando laidamente stupidità e intelligenza, competenze (poche) e superficialità (tanta).
Noi siamo già senza parola se la parola è così insignificante e lo è perché infinitamente manipolata e deformata fino a diventare irriconoscibile anche a noi che la pronunciamo.
E visibilmente inefficace.

Incontro tra radio e web i soliti richiami, alla scuola prima di tutto, alla cultura famigliare poi, condita delle solite analisi sulla vita nella provincia italiana, questa volta il sud, ma potrebbe essere il nord, dato il luogo in cui si è svolto quest’ultimo femminicidio, come se non accadesse ogni giorno in ogni luogo della nostra imbarbarita modernità.
Per lei non possiamo fare più niente, se non rispettare la sua breve storia e il pianto di chi dovrà sobbarcarsi il fardello della vita con il carico di un dolore così pesante da poterti schiantare.
Per lui mi auguro che ci sia un processo giusto e un percorso di riabilitazione autentico senza vicinanze né complicità. Vorrei che avesse dall’autorità giudiziaria tutto ciò che gli è dovuto, ma che questo percorso cominciasse per lui con una presa di distanza chiara e concreta da parte di genitori, parenti, amici. Vorrei che potesse ricominciare dalla certezza del diritto ad avere un trattamento giudiziario e carcerario umano, ma contemporaneamente dalla solitudine affettiva, da un mutamento drastico delle certezze a cui magari non dà nemmeno peso, come quella di essere amato e accudito dalle persone che lo hanno messo al mondo.
Voglio giustizia dalla legge, ma anche capacità sociale di prendere le distanze, anche mediatiche, e non solo sull’onda dell’emozione.

Perché se non viene costruito un pensiero sociale di cambiamento i richiami a famiglia e scuola hanno poco senso.

Per la scuola ce la ricordiamo l’immonda campagna di Brunetta e compagnoni contro gli insegnanti fannulloni? Ce li ricordiamo i provvedimenti che negli ultimi vent’anni hanno smantellato pezzo per pezzo la scuola pubblica, togliendo prima di tutto credibilità al fondamento democratico dell’istruzione a disposizione di tutti e tutte senza differenze di alcun genere e censo?

E poi è arrivato, come ciliegina sulla torta della competitività, il merito, anzi la meritocrazia, parola che nessuno spiega, perché sarebbe come dire la dittatura politica dei tecnici che, senza la dimensione politica nel senso originario del termine, sono acefali o mistificatori.
Ogni competenza si può acquisire a vari livelli in ragione delle predisposizioni e talenti individuali, ma la competenza democratica può essere acquisita da tutte e tutti, e solo con l’esercizio.

Quanto alla famiglia, se usciamo dall’ideologia familista del sangue come appartenenza territoriale, della proprietà come asse ereditario materiale e simbolico che definisce la casa come recinto e la donna ancora come schiava, ne guadagnano in felicità tutte le relazioni tra i generi e le diverse età della vita.

Il femminicidio riguarda l’imposizione della proprietà su un essere umano e si fonda su un’idea di famiglia che ha la stessa origine della proprietà privata, come del resto anche lo stupro, che nasce da un’idea proprietaria della sessualità e non a caso viene agito sistematicamente in guerra.
L’attuale informazione diventa spesso manipolazione della realtà quando non si configura come vera e propria disinformazione, soprattutto nell’amplificazione dei particolari raccapriccianti (in fascia oraria per tutti), nelle domande cretine ai parenti della vittima e nella totale censura delle iniziative che da anni mettiamo in atto come donne per contrastare questo fenomeno.
In questo modo i media non fanno informazione, ma la manipolano in modo che il delitto possa essere contagioso, se non per diretta imitazione, per analogia, nella diffusione di comportamenti violenti, mentre si ostacola e si depotenzia, proprio attraverso la censura, la diffusione di buone pratiche politiche, quelle che sostengono concretamente la vivibilità del territorio e la dignità delle relazioni.


Il 13 febbraio 2011 sono andata in piazza con milioni di donne e anche uomini per chiedere un cambiamento radicale di cultura politica.
L’esito mi pare meschinello: è nata l’ennesima associazione che si proclama nazionale, ma è impastoiata nelle difficoltà oggettive di una costruzione democratica di tale portata.
Perché la democrazia comporta che tutte, ma proprio tutte, abbiano la possibilità di partecipare e diventare dirigenti, che non significa nominate per acclamazione, per simpatia, per notorietà, per rilievo sociale.
Come ho scritto nella mia adesione al 13 febbraio 2011, sono grata a donne molto visibili, come quelle che lavorano nel mondo dello spettacolo, o socialmente potenti (in senso positivo), come chi svolge una libera professione prestigiosa o è docente all’università, per essersi messe in gioco pubblicamente in modo tale da amplificare anche la mia voce e quella di tante alte.
Da una manifestazione alla costruzione di un movimento c’è però una distanza che, se non è riempita da pratiche democratiche, rischia di diventare una voragine invalicabile.
Non siamo all’anno Zero del femminismo e se si vuole davvero andare avanti conviene guardare alla storia dietro di noi per capire dove come e quando quella distanza ci ha fermate. Qualcuna ha cercato di aggirarla, altre di negarla, l’Udi ci si è misurata con enormi difficoltà per trent’anni.
Perché la democrazia ha bisogno di pari opportunità, che significa banalmente, e solo per cominciare, risorse per viaggiare e raggiungere i luoghi di dibattito, senza parlare del tempo a disposizione e di molto altro, come la possibilità di essere conosciute e riconosciute anche al di fuori del proprio territorio, rete amicale, professione, ambito ecc.
La disaffezione per la politica, anche da parte delle donne, cresce anche dentro la sensazione che non è roba per le cittadine comuni.
Come si spiega la distanza dai partiti e perfino dalle istituzioni, mentre cresce la capacità di costruire opposizione sociale al Tav, al Muos come alla discarica di amianto di un paesino del profondo nord?

Intanto le donne che subiscono violenza domestica se non hanno una famiglia che le sostiene non denunciano perché sono spaventate dall’idea di non avere casa e lavoro.
Le condizioni materiali non bastano a uscire dalla violenza, ma quando mancano uscirne è quasi impossibile.
Raramente qualcuno è disposto ad aiutarti e tu resti in balia di servizi sociali che si presentano spesso con la faccia di operatori/operatrici impreparate fino all’arroganza e alla scortesia e per la sussistenza c’è la Caritas, da noi in Lombardia diffusa in ogni paese, che fa riferimento a una concezione sociale lontana dal diritto.
In mancanza di altro meno male che c’è, ma ci si deve chiedere perché manca altro, perché non abbiamo capillari servizi comunali che si occupano dei diritti inalienabili della persona umana.

La nostra democrazia è fortemente incompiuta.
La metà delle donne in Parlamento sarebbe semplicemente il raggiungimento dei diritti solennemente proclamati dalla Rivoluzione francese, la parità negata dai fratelli alle sorelle borghesi. La parità nella dirigenza, la parità nella rappresentanza.
Si tratterebbe di una rivoluzione simbolica già significativa, ma i meccanismi di selezione oggi favoriscono ampiamente uomini e donne che sostengono la cultura patriarcale perché ne traggono profitto.
Su questo non possiamo essere ingenue. Da qualsiasi punto vogliamo guardarlo il femminismo è la pratica che scardina la società patriarcale. Non si tratta solo di idee, ma di pratiche, cioè di un modo di muoversi nel mondo che fonda l’autodeterminazione e produce libertà.

La storia censurata, cancellata, distorta

Il movimento delle donne si è costituito come soggetto politico nel momento in cui varie associazioni, gruppi, collettivi di varia collocazione autonomia e temporalità storica hanno reso visibile il riconoscimento della reciprocità necessaria a costruire una piattaforma comune, una proposta, una lotta, per l’affermazione di quei diritti che rappresentano la registrazione nei codici della piena cittadinanza femminile.
In questo processo l’Udi, l’associazione nata dalla Resistenza al nazifascismo e radicata nella democrazia repubblicana, ha avuto un ruolo importante, dal punto di vista dell’elaborazione politica, della capacità di tessere relazioni dentro e fuori dalle istituzioni, soprattutto per l’azione diffusa sul territorio e discussa con tutta la democrazia possibile.
L’incontro dell’Udi con il femminismo fu storicamente politico, come evento prodotto da donne, collettivi e gruppi in luoghi e tempi precisi, ma fu anche un incontro-scontro generazionale e un processo di osmosi attraverso il quale giovani femministe scelsero di entrare nell’Udi per innestare consapevolmente la propria vita dentro la storia fatta da tante altre donne, di cui riconoscevano il valore politico, si proponevano di ereditare la memoria e generare una creativa continuità.
Il movimento delle donne, del quale solo una parte si definiva femminista, anche dentro l’Udi, negli anni tra la lotta per il divorzio e quella per la legge contro la violenza sessuale, si costituì come un soggetto politico che non si autonominava rappresentante delle donne e anzi, la capacità di autorappresentazione del movimento era tale da funzionare come un attrattore fisico: la visibilità delle donne al centro si irradiava alle periferie sostenendo la visibilità di chi è sempre invisibile.
Il patto politico non scritto, ma ben chiaro a tutte, univa donne di ceti sociali molto distanti in una solidarietà che, riconoscendo la comune discriminazione di genere, ne faceva la condizione per un ripensamento totale della società e delle relazioni che la costituiscono.
Considero la vittoria al referendum sulla Legge 194, più ancora che quella sul divorzio, come il risultato più alto di quel processo, perché quella legge era strettamente legata a quella sui consultori, al nuovo diritto di famiglia, a un’idea dell’infanzia come titolare di diritti indipendenti dall’appartenenza famigliare e quindi portava con sé molte e capillari lotte: per gli asili nido, per scuole d’infanzia pubbliche, per una scuola laica, libera e gratuita ecc. ecc.
Il dibattito sul rapporto tra rappresentazione e rappresentanza, sulla tensione tra uguaglianza e differenza, sulla qualità della democrazia e le pratiche realmente inclusive, sull’accesso a risorse e opportunità, sulle tante differenze sociali e gli stereotipi culturali che piegavano vite e vicende femminili a un destino ingiusto, prese corpo allora, ma non riuscì a investire i luoghi della formazione e della cultura e soprattutto i media, che cominciavano a diventare pervasivi e dominanti nella costruzione delle identità personali e sociali.
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del nuovo millennio il movimento delle donne si è frammentato in esperienze che rispondevano ai diversi interessi delle donne che avevano vissuto da protagoniste la stagione che oggi definiamo giustamente dei diritti.
Era stata la stagione dei diritti conquistati insieme alla consapevolezza di sé e l’esito fu anche il desiderio di misurarsi “a corpo libero” negli studi come nelle professioni, politicamente nei partiti, nel sindacato e infine in tutte le associazioni che rispondevano a progetti politici specifici.
Dai centri studi ai gruppi di approfondimento tematico, dalle riviste ai centri antiviolenza, la persistenza e crescita di questo tessuto dimostra la capacità delle donne di radicarsi sul territorio e trasformare i propri bisogni e desideri in progetti concreti, intorno ai quali si fonda oggi la resistenza politica contro i pesanti tentativi di farci tornare indietro.
Rimase aperta la questione della rappresentanza e del diverso potere sociale, che comunque non era stato intaccato.
Per quasi un decennio, negli anni novanta, fu inascoltata la voce di chi denunciava le persistenti condizioni di ineguaglianza nell’accesso al lavoro, le discriminazioni nelle carriere, l’inadempienza legislativa, la costruzione di stereotipi identitari sessisti e razzisti nei media, la pervasività del potere religioso che si appropriava di scuola e sanità con gli esiti che conosciamo.
In quegli anni qualcuna dichiarò che il patriarcato era morto e le donne potevano affermare la propria libertà, che era prima di tutto una condizione dello spirito, dalla quale dipendeva, con un capovolgimento degno di nota, anche la condizione materiale.
Insomma se la tua vita era insoddisfacente (per usare un eufemismo) era colpa tua.
L’immigrazione non era ancora riuscita a mostrarci il volto laido e rapace del capitalismo occidentale, ma rinasceva proprio allora la tratta delle donne, lo sfruttamento del lavoro schiavile e tutto ciò che ribolle nella nostra difficile contemporaneità.
Se la frammentazione in progettualità diverse può essere considerata anche una ricchezza, fu invece poco lungimirante il disinteresse per il mantenimento e il rafforzamento delle relazioni politiche appena costruite.
L’individualismo e la competitività che si predicavano per le persone contagiò anche quelle istanze del movimento che si erano istituzionalizzate in vari servizi e volentieri correvano da sole per ottenere risorse e visibilità sociale.
Si trattò di un processo dentro il più generale processo di dissoluzione del lavoro, in particolare di quei lavori della riproduzione sociale che, essendo misura della cittadinanza, soprattutto femminile, potevano essere sbriciolati in un sistema privato di cooptazione e sfruttamento nonostante ognuno di quei lavori (educatrici/tori, insegnanti, assistenti domiciliari ecc.) si configurasse come servizio pubblico. Fino all’aperta aggressione a sanità, scuola e pubblica amministrazione.
Anche per l’ultimo femminicidio, come ogni volta, la cronaca investe di banalità la vita, in questo caso adolescente, i soliti saggi e purtroppo anche sagge tirano in ballo la scuola dimenticando l’aberrante campagna contro gli insegnanti fannulloni, che insieme ai tagli dissennati, ha messo in ginocchio la scuola italiana cancellando prima di tutto l’autorevolezza delle insegnanti con un esito che non si potrà recuperare in pochi anni. La cancellazione dell’autorevolezza non è solo una forma di disconoscimento operata dagli/dalle utenti, ma diventa un processo di incapacitazione personale che viene assunto dalle/gli insegnanti stessi con esiti di erosione della cultura scolastica, che ormai regge solo in microaree di consapevole resistenza. Non credo sia un caso che in questi settori la maggioranza dei dipendenti sia donna e in modo inversamente proporzionale a dirigenti e manager: vale per la scuola come per la sanità e la pubblica amministrazione.
La distruzione di lavoro e competenze operata nei settori chiave per l’esistenza della società non è certo estranea al crescere di forme diffuse di violenza e microcriminalità che, non a caso, si riversano sulle donne fino all’emergenza femminicidio.

Una proposta politica ancora attuale

In quel passaggio cruciale della fine anni Ottanta l’Udi tenne il suo XII congresso nel quale la proposta politica più rilevante fu quella di Lidia Menapace della “Gestione politica delle differenze teoricamente incomponibili” che rispondeva alla necessità di trovare forme di ricomposizione delle differenze presenti nell’Udi che si attestavano proprio, teoricamente, sulla diversa valutazione del momento storico.
Non era indifferente alle scelte politiche affermare la morte del patriarcato o riconoscerne la capacità mutaforme, che non a caso l’aveva traghettato quasi indenne nelle forme del dominio, tra le varie forme politiche e strutture economiche a sostegno del sistema schiavile, come del feudalesimo e poi del capitalismo, profondamente infiltrato nella struttura proprietaria del liberalismo e non estraneo perfino al socialismo, come denunciarono non solo le madri fondatrici ma anche padri fondatori come Engels.
La proposta politica di Lidia ci riportava alla concretezza della vita delle donne, che indicava comunque molte lotte ancora da fare e soprattutto diritti appena acquisiti da presidiare, concretezza sulla quale si poteva pattuire e convenire.
Il problema delle differenze dentro un’associazione nazionale come l’Udi esprimeva più in generale il clima politico di tutto il movimento delle donne, che l’insulso e colpevole politicismo mediatico definì genericamente come riflusso, cancellando e deformando la realtà del dibattito e delle nostre esistenze.
Gestire politicamente le differenze significa costruire un processo democratico attraverso il quale si trova una sorta di minimo comune denominatore, lo zoccolo duro di diritti dai quali non si vuole arretrare e quelli che si ritiene indispensabile conquistare.
La Convenzione fu la forma politica concreta che poteva consentire la gestione delle differenze teoricamente incomponibili, ma anche, come passo successivo, le differenze tra forme associative che potevano avere in comune una precisa richiesta per cominciare una specifica lotta a tutti i livelli.
Oggi siamo a questo punto e la Convenzione NO MORE è un primo passo. La strada della divisione l’abbiamo già percorsa in modo infruttuoso e non basta la conquista di qualche piccola visibilità nei media, grazie a generose presenze di donne che ne hanno la possibilità, per produrre quell’urgente cambiamento che salvi prima di tutto le nostre vite.
Abbiamo bisogno di pratiche riproducibili in ogni luogo e che in ogni luogo consentano a una donna di non sentirsi sola o collegata al mondo solo tramite web.
Abbiamo bisogno di vicinanze più concrete e modalità più democratiche.
Il femminismo degli anni ’70 mosse ogni periferia, noi possiamo fare il passo successivo, non so come o quando, ma è questo il compito del presente.


mercoledì 10 aprile 2013

STORIE RESISTENTI PER NON DIMENTICARE


Rosangela ha girato l'Italia da nord a sud parlando ed insegnando, tra le altre cose, la resistenza italiana in modo alternativo e "sfacciatamente" umano, ovvero partendo dalle storie personali di ragazze, ragazzi, donne e uomini che "hanno scelto da che parte stare" come cita il volantino qui sopra. Siamo state/i testimoni della sua capacità di trasmettere la storia di questo grande movimento attraverso la memoria e le parole delle persone che la storia della resistenza l'hanno fatta con la propria vita e questa scelta è stata la genialità di Rosangela. Lei è una donna dal carattere forte e a volte duro, ma che fa da contrappeso ad una grande sensibilità per la vita delle persone e per la politica, una sensibilità che quando parla, racconta, insegna e trasmette le vite di queste persone,  riesce a toccare nervi fin'ora intorpiditi. Perché la memoria resti viva e la resistenza attiva, seppur in diverse forme, abbiamo bisogno di essere scossi nel profondo, di capire che davvero siamo noi quelle ragazze e quei ragazzi. Abbiamo la necessità di sentire sulla pelle la loro storia che è ancora la nostra storia.

Quest'anno finalmente le sono state aperte anche le porte del piccolo paese in cui vive da quasi trent'anni senza mai essere stata coinvolta né invitata prima d'ora a partecipare ad eventi o dibattiti. Per lei è sicuramente una soddisfazione, infatti è sempre un po' triste appurare che "non si è profeti nella propria patria" e finalmente si può riscattare da questa condizione, almeno per una sera. Una cosa però è certa: per i cittadini di questo paese del profondo nord (come lo definisce lei) e di quelli limitrofi, è di sicuro un'occasione poco comune per rivivere la storia della resistenza italiana in modo tanto attuale da renderla presente, tanto da diventare uno spunto per poter uscire dal baratro in cui la mancanza di memoria storica ci ha fatto cadere, tanto da poter determinare una piccola rivoluzione personale che potrà riflettersi sulle nostre vite sociali. Perché la resistenza è storia del quotidiano, o per lo meno è quello che dovrebbe essere.

Tiziana
per il "Gruppo Sconfinate"


giovedì 4 aprile 2013

Piccola riflessione post pasquale


Se la faccenda fosse “politicante” e da risolvere in “politichese” converrei con chi osserva che la crisi riguarda maschi anziani, per età o idee, (perché nessuno e nessuna di noi ovviamente coincide dal punto di vista della qualità del pensiero con il numero degli anni) e quindi che se la sbrighino tra loro che hanno “malfatto”.
Si tratta invece di crisi politica, cioè di un crinale sempre più sottile su cui camminiamo e dal quale inevitabilmente cadremo da una parte o dall’altra se non ci decidiamo a scegliere.
Crisi politica significa prima di tutto che a partire dalle più alte istituzioni dello Stato il senso di smarrimento, sfiducia, diffidenza, incomprensione, sotterfugio, imbroglio ecc. avvelena in misura più o meno grave tutte le relazioni umane.
La diffusione dell’analfabetismo sociale, cioè dell’incapacità di dare alle cose il loro nome e di smascherare le menzogne, è stata perseguita insieme allo svuotamento della possibilità rappresentativa del parlamento, per cui il voto (con una legge elettorale decisamente mistificante) ci ha consegnati/e all’ingovernabilità del paese.
Non credo ci sia nessuna saggezza in chi accetta di essere proclamato saggio con un’investitura pienamente feudale, il cui carattere totalmente maschile rivela la meschinità degli orizzonti, chiusi appunto dentro una casta che rappresenta il peggio, non tanto per i privilegi di cui gode o gli abusi di potere di cui si è fatta protagonista o tramite (tacendo e chiudendo gli occhi), ma soprattutto perché copre la realtà dei veri poteri forti le cui grandi manovre si giocano a livello mondiale.
“Si tratta della crisi strutturale e globale del capitalismo” ha affermato per l’ennesima volta Lidia Menapace ieri, pomeriggio pasquale di festa per i suoi 89 anni (in anticipo perché il 3 aprile, quando li compie, sarà in viaggio per Catania), raccontando al gruppo riunito nel mio salotto la natura del capitalismo, intrecciata alle vicende storiche che ne hanno determinato la vittoria economica in Europa e nel mondo.
Raccontando con un linguaggio comprensibile al gruppo eterogeneo raccolto intorno a lei per un affetto che affonda nel bisogno della sua attualissima maestria politica.
Un gruppo anomalo e interessante, l’ha definito la giovane giornalista (una mia ex alunna), che incontra Sconfinate per la prima volta: più donne che uomini, generazioni diverse, prevalgono i trenta/quarantenni, ma per l’occasione festiva si va dai tredici agli ottant’anni, con l’aggiunta di un neonato e una bambina.
Un gruppo alla ricerca di una saggezza che sa riconoscere una guida nella capacità politica di Lidia di non mettersi in cattedra, di stare insieme a noi in convivio senza lamenti e senza proteste, ma con dura e sobria indignazione, acuta analisi e pacata ironia.
Penso che siano moltissimi in Italia i gruppi come Sconfinate, che esistono e resistono contro la stupidità imperante e i tagli alla democrazia che vanno di pari passo con quelli allo Stato sociale, non certo casualmente.
Non ci servono dieci saggi al vertice delle Stato, ma diecimila, centomila luoghi di convivio che si rendono visibili gli uni agli altri, con più donne che uomini, a registrare l’equilibrio storico di un pensiero politico fecondo, per reinventare la democrazia e rianimare la politica.

Rosangela Pesenti

mercoledì 30 gennaio 2013

VOTARE E' AGIRE PER UNA TV PIU' PULITA


SITO UFFICIALE: http://www.premioimmaginiamiche.it/

POTETE VOTARE ANCHE SU: http://www.udinazionale.org/


III EDIZIONE
Con l’alto patronato del Presidente della Repubblica
Parlamento europeo


La Risoluzione del Parlamento Europeo votata il 3 settembre 2008 sull'impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini ha ispirato l'istituzione del Premio Immagini Amiche, un concorso finalizzato a valorizzare una comunicazione che, al di là degli stereotipi, sia in grado di veicolare messaggi positivi e socialmente responsabili. Il premio vuole contrastare la tendenza della pubblicità e dei media ad abusare dell’immagine delle donne, svilendone il ruolo, affermando che una cultura diversa è possibile, incoraggiando la crescita di una nuova generazione di creative/i. Abbiamo ottenuto, fin dalla prima edizione, il sostegno e la collaborazione dell’Ufficio del Parlamento Europeo per l’Italia, nella cui sede si tengono le iniziative relative al Premio Immagini Amiche. Il progetto, promosso dall’UDI e dal Parlamento Europeo, in partenariato con la Commissione europea e il dipartimento per le Pari Opportunità, è giunto quest'anno alla sua terza edizione. Il premio è suddiviso in cinque sezioni: pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni, programmi televisivi e web. Le segnalazioni per una immagine pubblicitaria, uno spot, un sito web o una trasmissione televisiva “non lesive dell'immagine della donna" possono essere inviate tramite questo sito, alla sezione “ Invia la tua segnalazione ”, mentre la scelta dei vincitori è stata e sarà effettuata a giudizio insindacabile di una giuria composta da esponenti delle istituzioni italiane ed europee, esperte/i di comunicazione, docenti universitarie, etc. Il premio prevede anche una menzione speciale per un Comune che possa vantare un comportamento virtuoso in tal senso, specialmente tra i tanti che hanno deliberato adottando la risoluzione del Parlamento Europeo e deliberato.






martedì 29 gennaio 2013

ELEZIONI REGIONE LOMBARDIA, IO VOTO ROSANGELA PER LA LISTA DI STEFANO "ETICO-A SINISTRA"


LA NOSTRA ROSANGELA E' CANDIDATA ALLA LISTA ELETTORALE DI STEFANO PER LA REGIONE LOMBARDIA: ETICO-A SINISTRA

ECCO IL PROGRAMMA: 

Rosangela Pesenti 
1953, madre sarta, padre carpentiere, ragioniera, laureata in filosofia.
Vivo da sempre nella bassa bergamasca dove ho insegnato per 35 anni alla Scuola Superiore.
Svolgo attività di formazione per adulti impegnati in campo educativo e attività di counselling per infanzia e adolescenza.
Il mio ultimo libro: Racconti di case, Edizioni Junior, la rivista che sostengo: Marea.
Entrata giovanissima nel movimento femminista, cresciuta nell’Udi di cui sono dirigente nazionale, ho fondato sul territorio il Gruppo Sconfinate.
Ho promosso la CONVENZIONE NO MORE! contro la violenza maschile sulle donne

Con la mia presenza e attività all’interno di ETICO-A SINISTRA vorrei:

·         Ridurre la distanza tra la politica e la vita delle donne

·         Togliere la spazzatura dalla campagna e dai pensieri

·         Ricucire il tessuto sociale per ritrovare il senso e il piacere di abitare vicini

·         Garantire l’applicazione piena della Legge regionale n. 11/2012 contro la violenza sulle donne

·         Garantire l’applicazione della 194 e il diritto all’autodeterminazione delle donne

·         Promuovere la laicità di tutte le istituzioni, come garanzia dei diritti fondamentali di tutte e tutti

·         Tutelare la salute delle donne e degli uomini nei luoghi di lavoro e favorire ritmi di vita sostenibili

·         Garantire a donne e uomini il diritto a diventare serenamente genitori se lo vogliono

·         Utilizzare il reddito minimo garantito per far emergere il lavoro sommerso e sfruttato di donne e uomini

·         Riconoscere la centralità del diritto alla casa anche per l’equilibrio e la crescita serena di bambine e bambini, adulti di domani.

·         Garantire il diritto allo studio destinando più fondi alla scuola pubblica: la scuola non è una dote ma un diritto

·         Sostenere e ampliare il diritto di bambine e bambini a fruire di servizi pensati a misura dei loro bisogni e desideri

·         Promuovere e sostenere la produzione artistica e culturale, anche attraverso una politica territoriale di utilizzo, riqualificazione e cura di luoghi e spazi d’incontro.

·         Ripensare il territorio partendo dallo sguardo e dal lavoro invisibile delle donne

·         Lavorare per una Lombardia equa, solidale e senza discriminazioni. L'equità sociale non porta via niente a nessuno e aggiunge qualcosa per tutti

www.rosangelapesenti.it


"Anche se tu non ti occupi della politica, comunque la politica si occupa di te" (Nadia Spano, una delle 21 madri della Costituzione).