Non una di meno

Non una di meno

venerdì 19 ottobre 2012

CONVENZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE SULLE DONNE-FEMMINICIDIO


“Abbiamo scelto di essere insieme per richiamare le Istituzioni alla loro responsabilità e agli atti dovuti, per ricordare che tra le priorità dell’agenda politica, la protezione della vita e della libertà delle donne non può essere dimenticata e disattesa”.

Per rafforzare l’impegno contro il femminicidio in Italia, il coordinamento

NO MORE! Stand up for my right
Convenzione Nazionale
Contro la violenza maschile
Sulle donne – femminicidio

Fa APPELLO alle realtà nazionali e locali delle donne, e alle singole persone, affinchè aderiscano o sottoscrivano questa proposta politica
Consapevole del grande impegno da affrontare, la Convenzione
·         Promuove a partire dalla settimana del 25 novembre una serie di incontri e mobilitazioni con le associazioni di donne e le realtà della società civile che hanno condiviso i contenuti e le richieste di questa proposta;
·         Invita le Istituzioni nazionali e locali a un confronto aperto, ad assumersi le proprie responsabilità, a porre in essere politiche adeguate e rispettose della dignità e dei diritti umani delle donne;
·         Chiede la ratifica immediata della Convenzione del Consiglio d’Europa (Istambul 2011) sulla prevenzione e i contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica;
·         E in particolare chiede al Presidente del Consiglio Mario Monti e ai suoi Ministri di incontrare le promotrici della Convenzione per discutere sulle proposte in materia di prevenzione, contrasto e protezione della violenza maschile sulle donne-femminicidio, ritenendo fondamentale l’attuazione di politiche immediate come indicato nella Convenzione proposta.

Alla luce delle proposte avanzate, chiediamo infine di verificare l’efficacia e l’attuazione del Piano Nazionale contro la violenza varato dal governo nel 2011, e di predisporne una immediata ed efficace revisione con il contributo dei soggetti promotori della presente Convenzione.

Per info e adesionei: convenzioneantiviolenza@gmail.com
Per Blog: convenzioneantiviolenza.blogspost.it

Promotrici della Convenzione: UDI Nazionale (Unione Donne in Italia), Casa Internazionale elle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

martedì 9 ottobre 2012

Alle donne che hanno convocato l’incontro di Paestum da Rosangela Pesenti



Prendo alla lettera il vostro imperativo, Primum vivere, sperando che la scelta del latino abbia voluto richiamare il ricordo di una lingua che fu davvero ecumenica e condivisa, anche se solo dal ceto intellettuale, di tutta Europa.
Ho sentito, nel vostro incipit, il richiamo a un respiro più vasto, anche rispetto a quell’uso meschino che poi si fece in Italia del latino, come strumento di discriminazione e selezione, mortificato a mero codice di riconoscimento per la costruzione di una classe dirigente la cui insipienza, nonostante i titoli accademici, è sotto gli occhi di tutti.
Pur non appartenendo al gruppo delle figlie degli “uomini colti”, mi trovo davanti alla scelta di come destinare le mie tre ghinee in questo momento.
Ho svolto con passione l’onesto lavoro d’insegnante, sentendomi fortunata, pur avendolo conquistato con quell’impegno che molte di noi hanno messo a frutto attingendo all’atavica abitudine al lavoro duro e approfittando di alcuni spiragli aperti dalle lotte egualitarie degli anni Settanta.
Dei pochi che ce l’hanno fatta allora, (del mio ceto sociale) penso che noi donne siamo state più tenaci e più brave, soprattutto quelle, come me, cresciute femministe e costantemente impegnate per concretizzare il mondo migliore, guardandolo con occhi di donna, nell’uguaglianza delle possibilità, nella cancellazione delle discriminazioni, nella fine delle gerarchie sociali, nella pace tra umani e con la terra.
Intelligenze, competenze, impegno, spesso perfino lungimiranza e capacità di empatia, che la classe dirigente di questo paese (non solo i politici e i governi) ha oscurato, mortificato, tenuto ai margini, perfino condannato e sbeffeggiato.
E oggi, tra le tante incertezze, grava anche sul mio futuro quella di poter avere un’onesta pensione.
Scusate se l’ho fatta lunga, ma tutto questo ovviamente riguarda la scelta che devo fare sull’investimento delle mie tre ghinee.
Perché il reddito arriva o da un onesto lavoro o da oneste eredità (per quanto nessuna eredità sia davvero mai innocente) e per chi non ha la seconda, l’incertezza della prima rende tutto più difficile.
È la condizione della maggioranza, uomini e soprattutto donne, che mai hanno raggiunto in Italia la piena occupazione.
È la condizione di una maggioranza, collocata sui molti gradini di una scala discendente, che vede in fondo chi perde la vita, per inquinamento, per sfruttamento, per incuria, nel mare attraversato con speranza per arrivare nel nostro paese e ricominciare da dove erano collocati i miei genitori: lavoro duro e senza diritti.
Al fondo del fondo, quello in cui non riusciamo davvero a guardare, le donne uccise, solo perché vogliono essere se stesse.
Guardo con orrore e preoccupazione all’erosione del diritto allo studio, che sognavo diventasse diritto alla cultura, alla formazione permanente, mentre mai si è allargato davvero a tutti e tutte, e oggi viene riproposta la ferocia classista dietro la maschera del merito, il sessismo nei contenuti e il razzismo nelle opzioni. Semplifico ovviamente.
Nel disastro economico, che si chiama crisi del capitalismo, l’idea brutale che si evince dalle scelte dei governi, non solo l’ultimo, è quella di un’eugenetica sociale in cui si definisce necessità la salvezza di pochi e la perdita di molte.
Uso la desinenza secondo la logica non sessista ovviamente, dove democraticamente entra in uso quella della maggioranza dei soggetti in questione.
Si è rilanciata la categoria “giovani”, già cara al fascismo, per mascherare la realtà di donne e uomini a cui sono tolti i più elementari diritti: alla casa, ad avere figli, a un lavoro dignitoso, ad avere tempo per sé, alla cultura, alla bellezza, all’aria e all’acqua, a vivere in un territorio non asservito alla cementificazione, a pensare e lavorare per il proprio futuro.
I conti non tornano e l’imbroglio continua ad essere sistema, ma sarebbe un discorso lungo.
Per questo quarant’anni di pratica femminista e di impegno politico con donne mi rendono accorta nelle scelte.
L’uso del denaro, più di ogni altra cosa, racconta ciò che siamo e ciò che vogliamo, perfino oltre le nostre intenzioni.
Metto in fila, ma l’ordine non è per importanza, come per i figli/figlie ti occupi di ognuno in modo diverso e cominci dal più piccolo/a, per ragioni che alle donne non devono essere spiegate.
Dovendo scegliere la prima ghinea è, in questo momento, per il Gruppo Sconfinate, l’ultimo che ho promosso, operante a Romano di Lombardia, dove insieme cerchiamo di costruire dibattito politico facendo conoscere lo sguardo femminista sul mondo.
Ho letto che una donna nota ha dichiarato che le femministe non hanno mai parlato con le donne comuni e mi chiedo se lei abbia mai parlato con una donna comune femminista.
Per la mia esperienza le donne che hanno coscienza di sé sono sempre fuori dal comune e ne conosco molte, purtroppo non lo sono tutte. Per avere coscienza di sé non c’è bisogno di una laurea e nemmeno di avere visibilità mediatica.
Per la seconda ghinea c’è Marea, mi sono detta, l’avventura in cui sono stata coinvolta da Monica Lanfranco e Laura Guidetti, che hanno messo in piedi la rivista più di quindici anni fa, donne resistenti con cui mi trovo a casa ad Altradimora.
Per la terza ghinea c’è l’Udi, un’associazione nata dalle madri della Repubblica la cui storia continua a essere omessa e distorta (sarà un caso?) e i cui progetti politici tendono a essere cancellati anche da molte donne che hanno il potere di raccontare la storia delle donne di questo paese.
Come sappiamo la storia non è ciò che accade, ma ciò che si racconta, altrimenti non ci sarebbero le cancellazioni, omissioni e distorsioni che conosciamo rispetto alla metà del genere umano.
Le ghinee sono solo tre perché la chiarezza simbolica mi orienta nelle scelte concrete; in questo caso mi sono chiesta: perché dovrei andare in un luogo a discutere come singola donna se queste tre appartenenze sono così importanti nella mia vita?
Non siamo all'anno zero del femminismo e non lo eravamo nemmeno negli anni Settanta.
Eravamo solo molto ignoranti di tutta la storia politica che ci aveva precedute, di cui l’Udi (oggi Unione donne in Italia), tra l’altro, è un pezzo fondamentale.
Ignoranza nella quale continuano a essere tenute le giovani donne che ci crescono acconto e anche i giovani uomini che hanno pari diritto di conoscere.
Proprio nell’Udi, alla fine degli anni Ottanta, ho affermato che era già cominciata da tempo la vendetta politica del patriarcato sulle donne italiane e questa vendetta avrebbe utilizzato come strumento fondamentale la TV e dietro, in forma più subdola, l’azione dell’area più fondamentalista del cattolicesimo nazionale, al quale si sarebbe accodato il maschilismo dei partiti, sostenuto dalle donne stesse che possono trovare una personale convenienza nel sostegno al patriarcato.
Non so se per caso sia morto nel frattempo perché sono troppo occupata con le macerie e questa storia la scriveranno le nostre nipoti.
Anche qui semplifico, ma cos’è accaduto a noi, e quindi a questo paese, tra la vittoria per la legge 194 e la sconfitta della legge 40?
Alcune amiche mi dicono “vado a Paestum per sentire cosa c’è di nuovo” “Su che cosa?” chiedo io
Chi chiama chi a che cosa?
Come ho scritto l’anno scorso per il 13 febbraio, se ci sono donne che chiamano, per continuare un pezzo di cammino insieme, io ci sono.
Ero a Milano alla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio qualche anno fa (ce la ricordiamo ancora?), ero in piazza a Bergamo il 13 febbraio 2011 rispondendo alla domanda Se non ora quando?
Una boccata d’aria e poi tutto si richiude, resta la visibilità di qualche presa di posizione, spesso sacrosanta, ma modesta sul piano degli obiettivi.
A Siena, a luglio 2011, eravamo duemila, la parola d’ordine era trasversalità per unire il movimento, come se fossimo all’inizio della nostra storia. Gli unici obiettivi trasversali sono a malapena il ripristino parziale di tutele che vergognosamente ci vengono offerte a prezzo della sottrazione dei diritti di cittadinanza.
Non siamo all’anno zero della nostra storia che, tra l’altro, non è una, ma molte e diverse come diverse sono le nostre scelte politiche.
Se il disagio (per usare un eufemismo) resta grande e condiviso, non basta una chiamata generica fondata sull’essere donne.
Per l’8 marzo 1977 l’Unione Donne Italiane, che preparava il suo X Congresso, fece un manifesto molto bello, con la scritta: La mia coscienza di donna in un grande movimento organizzato per cambiare la nostra vita.
Di tutte quelle parole l’unica che resta come domanda aperta e inevasa è “organizzazione”.
Più di vent’anni fa, sempre nell’Udi, Lidia Menapace affermò che l’unica forma possibile per mettere insieme il variegato movimento delle donne era una Convenzione: convenire per una comune convenienza, costruendo azioni definite di cui predisporre la fattibilità e verificare l’esito, un patto non generico, ma preciso in cui si dichiarano i soggetti, le mete, le condizioni, i tempi, le risorse che vengono messe a disposizione.
Un luogo nel quale si converge temporaneamente, rendendo visibili le proprie case politiche, appartenenze di gruppo, incarichi istituzionali, per mettere in comune risorse e idee, per un movimento verso qualcosa che non sia solo la verifica della nostra esistenza o la protesta.
Questo paese è tornato indietro, ma nel frattempo in molte siamo andate avanti, mettendo in piedi associazioni, gruppi, servizi, inventandoci luoghi di vita, di lavoro, di sperimentazione, case e archivi, circoli e attività, riviste e scuole.
Dalle piazze degli anni Settanta alcune sono arrivate al Parlamento, altre ad avere responsabilità significative negli enti locali, altre ancora ad una cattedra all’università, ci sono donne imprenditrici e dirigenti in settori importanti della P.A. della sanità, della scuola, ci sono femministe perfino nei partiti. Ancora poche certo, ma abbastanza per mettere in difficoltà la cittadella del potere maschile?
Vediamo ogni giorno i limiti, le difficoltà, le fatiche, le lotte continuamente necessarie, ma nessuna di noi, femminista, è sola, abbiamo tutte case e appartenenze significative.
Perché una chiamata a noi donne e non alle nostre associazioni?
Perché non rendere visibile ciò che abbiamo costruito, ciò che ci sostiene quotidianamente, la storia da cui veniamo, le esperienze politiche che possiamo spendere anche per altre?
Non è in quanto donne che possiamo rispondere, ma solo per ciò che significa per noi essere donne e ciò che abbiamo costruito con le altre fa parte di ciò che siamo.
Siamo capaci di mettere insieme la nostra indignazione, possiamo farlo anche con i nostri patrimoni? La somma delle nostre capacità diventerebbe moltiplicazione delle possibilità.
Per la politica quotidiana ci siamo attrezzate da anni e sappiamo come fare, ma i tempi chiedono una creatività inedita, una discontinuità visibile e fattiva.
Perché non preparare gli Stati generali delle donne in Italia?
Non posso venire a Paestum, nemmeno per la sua straordinaria bellezza, perché in questo momento vorrei che potessimo incontrarci in Lombardia, nel cuore della cementificazione che ha distrutto la pianura più fertile d’Italia, e far nascere un incontro in ogni regione e prima ancora in ogni provincia e prima ancora in ogni paese o quartiere.
Io non posso che continuare da qui, perché solo quando le periferie si muovono un paese cambia davvero.


mercoledì 3 ottobre 2012

A FUROR DI POPOLO di Lidia Menapace

E' uscito il nuovo libro di Lidia Menapace!
posto il link alla pagina dedicatale dal sito della rivista Marea, dove potete già visionare l'indice del libro, il primo capitolo, il video recensione del testo e i contatti per prenotarlo:

http://www.mareaonline.it/?p=197

Lidia Menapace è madrina del gruppo Sconfinate ed entro breve il gruppo organizzerà la presentazione del libro "A furor di popolo" nella zona di Romano di Lombardia. Ma Lidia non verrà solo qui, molte date la aspettano in giro per l'Italia per la presentazione del suo nuovo lavoro, se sarà possibile avere un calendario definitivo avremo cura di pubblicarlo.

A presto dunque! :-)

mercoledì 4 aprile 2012

Il Comune di Treviglio abolisce le quote rosa

Un altro atto contro le donne si è consumato lo scorso 27 marzo a Treviglio, un piccolo comune con circa 30mila abitanti in provincia di Bergamo. La giunta comunale guidata dal Sindaco Giuseppe Pezzoni (PDL-Lega Nord) ha abolito dallo Statuto comunale le prerogative previste dalle quote di genere, bocciando ben due emendamenti alle modifiche presentati dai consiglieri di minoranza Daniela Ciocca (sottoscritto anche da Ariella Borghi, Simona Bussini e Francesco Lingiardi) e Federico Merisi.Forse è bene ricordare che la città di Treviglio è stato il primo comune italiano a introdurre, nel 1994, su pressione delle realtà femminili locali, le quote di genere a livello statutario (Articolo 1.8).
UNA DECISIONE AUTORITARIALa scelta ha fatto infuriare Ariella Borghi, ex Sindaco di Treviglio, che nel 2010 salì sul palco del Pride, ed ora è consigliere di minoranza. «Il Sindaco di Treviglio ha eliminato le quote di genere dallo Statuto Comunale con un atto di autorità, – ha spiegato Ariella Borghi – senza consultare né l’Assessora alle Pari Opportunità, né il Consiglio delle Donne, né la propria maggioranza che, sembra ormai certo, si sia trovata di fronte al fatto compiuto. Il Sindaco ha spiegato di averlo fatto per rispetto alle donne perché le quote sono un limite e promettendo che, con l’affermazione teorica del principio della parità democratica, garantirà di alzare l’asticella della partecipazione di genere e il cambio di passo indispensabile per il superamento della “riserva “ in cui le quote chiudono le donne».
«In pratica – ha continuato Borghi – si è presentato dicendo : “Fidatevi di me che sono bravo e buono e sicuramente darò spazio alle donne, fate degli atti di fede che a tutelarvi ci penso io”. E’ anche questo che ha indignato me e tanta altre donne. Noi donne non abbiamo bisogno di benefattori che elargiscono dall’alto concessioni e favori, non vogliamo magnanimità, vogliamo essere protagoniste nella difesa dei nostri diritti …. Da anni combattiamo per la nostra emancipazione, le quote saranno un limite, una “stampella”, ma ce le siamo guadagnate e sono ancora oggi uno strumento necessario per arrivare ad una vera democrazia paritaria».
Ariella Borghi ha definito ancora meglio la sua analisi: «Siamo stanche di paternalismi e di benevolenze che finiscono per mantenerci, come sempre è stato, nel mondo domestico e familiare come “stampelle” indispensabili per tutta la famiglia e per gli uomini in primis. Non cerchiamo protezioni ,ma alleanze di tutte le persone, donne e uomini, di tutte le forze che paritariamente ci accompagnino nell’attuazione concreta dei principi costituzionali che chiedono condizioni di eguaglianza per entrambi i sessi nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive».
UN ATTO “MACHISTA”Ma Ariella Borghi non è stata l’unica a scendere in campo contro la decisione di Giuseppe Pezzoni hanno fatto sentire la loro voce anche molte associazioni che operano nella società civile; in particolare Stefano Aresi di Articolo 37 Associazione Lesbica, Gay, Trans, Bisex di Treviglio, Patrizia Siliprandi di Associazione Donne Scelgono la Prevenzione, Maria Gabriella Bassi dell’Associazione Clementina Borghi, Rosangela Pesenti del Gruppo Sconfinate, Carla Bonfichidi Attivista per i diritti e Patrizio Dolcini componente del direttivo Legambiente Lombardia hanno divulgato un comunicato congiunto per denunciare l’atto di forza compiuto dal Sindaco.
Nel comunicato vengono evidenziate le contraddittorie motivazioni che sono alla base della scelta del Sindaco e vengono denunciati i metodi utilizzati.«La scelta e le affermazioni del Sindaco – si legge nel comunicato – oltre a dimostrare una totale non-conoscenza delle problematiche lavorative e sociali che la figura femminile vive ancora oggi in Italia e una completa ignoranza dei metodi abitualmente utilizzati nel resto d’Europa per la tutela della donna, della sua dignità e del suo lavoro, giunge a coronamento di un atto che – al di là dei principi di eguaglianza espressi – di fatto rimuove uno dei pochi strumenti utili a garantire nella realtà quotidiana l’uguaglianza affermata».Ma quello che ha fatto nascere molte perplessità tra i responsabili delle associazioni sono le modalità di attuazione della modifica e l’atteggiamento “machista” e muscolare del capogruppo leghista Franc­esco Giussani, che ha sostenuto di fatto l’inutilità di un dibattito sulla questione affermando “la decisione se non passa stasera, passerà tra un mese”.
Nel comunicato congiunto le associazioni esprimono “il più profondo rammarico per l’eliminazione dallo statuto comunale di una istituzione di pura tutela, che nulla toglie ad alcuno ma favorisce l’armonica integrazione delle realtà sociali. Questo fatto, oltre a limitare le garanzie date alle donne in Treviglio, comunica all’esterno, specie nei confronti delle giovani generazioni e delle persone soggette a vario titolo a discriminazione, il profondo senso di uno smacco istituzionale alla propria sensibilità e dignità”.
«L’istituzione delle quote di genere (correttamente detta clausola di non sopraffazione tra sessi) – ha sottolineato Stefano Aresi di Articolo 37 Associazione Lesbica, Gay, Trans, Bisex di Treviglio – è stata guadagnata dalle donne con anni di lotte politiche. La giunta non ha evidentemente compreso quanto la parità affermata nei principi si ottenga nella vita reale esclusivamente grazie ad azioni che portino ad un trattamento equo delle parti sociali, il che non significa “identico”, ma flesso a favorire le realtà svantaggiate. Una questione ben nota a chi, pur avendo anni di lotte a sostegno delle donne, non è affatto stato ascoltato».
Purtroppo, niente di nuovo sotto il sole, infatti, la difficile situazione della donna in Italia si evince anche dai dati: nei ruoli dirigenziali delle aziende quotate in borsa la presenza femminile si attesta al 6/7%, nelle aziende partecipate esse sono meno di un terzo dei maschi assunti, circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato. Infine, nel 2010, in Italia ben 121 donne sono state uccise da uomini che non accettavano la scelta della donna, un esempio per tutti: Silvia Betti, assassinata a Treviglio dal marito il 12 ottobre 2010 per la propria intenzione di separarsi.a cura di Marinella Zetti
LGBTQI

sabato 28 gennaio 2012

LETTERA DEL GRUPPO SCONFINATE AI GIORNALI PER RENDERE IL VECCHIO CINEMA DI ROMANO DI L.DIA UNA RISORSA PER LA CITTA'

Romano di Lombardia

Il cinema Rubini, facciamone un’occasione/risorsa per la città.

Ci permettiamo come gruppo Sconfinate di invitare l’Amministrazione comunale di Romano di Lombardia ad aprire un dibattito pubblico con associazioni/gruppi, cittadini/e sulla eventuale destinazione d’uso dell’ex Cinema Rubini.
Abbiamo letto sui giornali locali la proposta dell’Assessore di farne un Archivio –Museo di storia locale. L’idea in sé è interessante, ma tenendo conto della storia di questo edificio ubicato in pieno centro, ci sembra un peccato non pensare di offrire alla città uno spazio da utilizzare in continuità con la sua destinazione originaria. Perché non ristrtturarlo per farne nuovamente un cine-teatro? Si potrebbe ricavare un teatro in cui associazioni, gruppi musicali, teatrali e culturali possono collaborare alla costruzione di un calendario di eventi da proporre alla città. Lo spazio potrebbe essere sfruttato per organizzare cineforum e conferenze; sarebbe anche possibile organizzarvi eventi culturali e dibattiti adibendone una parte a piccola sala conferenze e, forse, ci sarebbe posto anche per una caffetteria.
Romano ha bisogno di spazi messi a disposizione delle diverse realtà del territorio e questa potrebbe essere l’occasione per far sì che questo vecchio cinema non sia solamente un luogo da visitare – come è il caso del Museo per il quale si potrebbe pensare ad una sede alternativa – ma divenga un’opportunità di aggregazione, confronto e produzione culturale a disposizione delle/degli abitanti. Ci auguriamo, quindi, che l’Assessore dia vita ad un dibattito aperto alla cittadinanza per discutere il futuro di questa bella occasione.

Il gruppo Sconfinate
Arianna Maffi, Rosangela Pesenti, Rossella Dorini, Tiziana Togni, Michela Pasturi, Enrica Venturelli, Davide Dodesini

BILANCI

Si fanno di solito quando qualcosa si conclude: la parola, con la sua allusione economica a entrate e uscite, e l’origine etimologica derivata dallo strumento per misurare il peso di un corpo, invita alla ricerca dell’equilibrio.
La parola bilancia è una variazione del tardo latino bi-lanx, termine composto che indica due piatti, oggetto diventato simbolo di giustizia proprio perché ciò che l’offesa, l’abuso, la prepotenza, l’iniquità, la prevaricazione, il delitto, tolgono alle persone e alla collettività, va risarcito.
Ciò che si misura sulla bilancia doveva avere originariamente il peso corrispettivo che consente di definire e comparare, concretezza per concretezza, fino a ristabilire l’equilibrio.
Nella geniale invenzione della partita doppia dare e avere sono in continua sistematica corrispondenza e, per il principio definito dualistico, devono coincidere.
Nel bilancio c’è sempre un equilibrio tra costi e ricavi, entrate e uscite: la differenza, piccola o grande che sia, non è un vuoto, ha sempre un nome che la definisce e quantifica ed è quel nome, avanzo o disavanzo, che indica la direzione per immaginare il futuro.
Fare un bilancio significa segnare un passaggio, estrarre dalla continuità del tempo un segmento al quale attribuiamo un significato, definendone i confini che ci consentono di fermare gli eventi e ricondurli alle scansioni della nostra vita.
Si fa ogni anno, col rito di una festa scaramantica in cui mutando abito, abitudini e luoghi abitati costringiamo il tempo a fermarsi dentro lo scenario della nostra illusione di poterlo amministrare.
Fuori dalle strutture astratte dell’economia, che cercano di incasellare il dare-avere degli individui nelle gabbie inventate per governare il capriccio dei flussi finanziari, il bilancio non si presenta a scadenze prefissate, ma s’impone in circostanze, anche imprevedibili, agli snodi della storia o delle storie di tutti/e e ognuno/a.
Seppure non volessimo utilizzare la sconcia figura di Berlusconi per segnare la tappa con un bilancio, il cambiamento dello scenario politico che s’impone al paese, anche con la sobria fisiognomica del nuovo governo, ci sollecita alla riflessione.
Se il vecchio governo ammiccava al peggio, degli individui e della società, esaltando comportamenti iniqui, ingiusti, immorali, sbeffeggiando i diritti di cittadinanza ancora così fragili, questo governo ha un piglio genitoriale che evoca comunque scenari arcaici di sudditanza.
Se nei confronti del vecchio governo ero indignata, questo m’infastidisce profondamente per il bon ton di una borghesia alla quale si appartiene per generazione e si consolida con tutto ciò che di meglio possono offrire famiglia, ottime scuole e straordinarie opportunità.
Il vecchio governo esibiva il peggio di una parte della popolazione di colpo diventata, mediaticamente, maggioritaria, esaltandolo attraverso un populismo consapevolmente agito in forma manipolatoria.
Questo governo m’infastidisce perché mi affascina con la ricchezza non ostentata che allude, nemmeno tanto velatamente, alla bellezza di case, luoghi, interni, arredi, abitudini, stili di vita, frequentazioni, che mai possono essere semplicemente acquistati.
In ogni caso mi sento ridotta a suddita, espulsa dall’agire politico che non sia la protesta, visibile solo, e non sempre, se clamorosa.
Non condivido buona parte della manovra imposta dal governo Monti, dal quale non mi sento certo rappresentata, come del resto dal Parlamento costruito con una legge elettorale e una pratica partitica che hanno espulso in modo truffaldino interi settori della popolazione, riducendo la democrazia a un gioco delle parti nemmeno liberale.
Tutto il peggio immaginato negli anni Ottanta si è realizzato e noi, donne e uomini che avevano seminato tutte le speranze possibili, abbiamo visto il raccolto distrutto da una serie di azioni dissennate che, a posteriori, si presentano con l’esito di una tempesta.

Da dove ricominciare? Nella mia infanzia in campagna la prima azione era quella di riparare.  Cose e persone, attrezzi e animali, se possibile il raccolto, venivano messi al riparo, poi ci si raccoglieva in casa in attesa che spiovesse scambiando preoccupazioni e speranze, ma in un modo che produceva calore umano, così che a noi bambini sembrava una festa.
Dopo le pratiche di riparazione, quello mi sembra oggi nella memoria un rito di risarcimento. Di fronte alla furia degli elementi naturali, così la definivano i libri, che distruggeva l’ambiente del lavoro umano, le persone, le donne soprattutto, ricostituivano, attraverso i piccoli gesti di cura e il piacere della conversazione, il senso dell’essere ancora, e più di prima, un consorzio umano.
La paura per tuoni e lampi, se arrivava la notte anche per l’oscurità in cui ci piombava l’assenza di luce elettrica, venivano leniti dalle risate e dalle fiammelle delle candele che avvicinavano noi piccoli ad una competenza, quella di maneggiare il fuoco, di solito proibita.
La perdita dei raccolti qualche volta era ingente, gli uomini azzardavano imprecazioni che le donne bloccavano con un’occhiata. Anche la disperazione era fuori luogo come un’inutile dissipazione.  
Avvertivo i sentimenti di ognuno piegarsi gemendo come gli alberi che vento e pioggia scuotevano impietosamente, ma la rabbia era contenuta così come il dolore era compreso e si scioglievano nella muta reciproca gratitudine di esistere insieme.
Non era un mondo idilliaco, anzi, io soffrivo il linguaggio rude e l’affettività severa, ma in quei momenti la misura, dei sentimenti come dei gesti e delle parole, consentiva una vicinanza che ci addomesticava all’attesa.
Con il sole rinascevano le attività intrise di progetti e speranze.

Provo imbarazzo per l’arroganza rabbiosa delle lamentele a cui le persone si abbandonano anche quando non ne hanno ragione.
Qui, nella periferia del nord ancora tanto ricco in cui abito, uomini e donne sono ingrugnati come bambini che si sono abbandonati ad una festa senza limiti ed ora vengono richiamati severamente all’ordine. Molti mugugnano arroccati nella contabilità rapace delle rendite paventando possibili perdite che non intaccano comunque in nessun modo le loro vite e non si accorgono che tutto quello che hanno ammassato sul piatto della bilancia dalla parte dell’avidità genera lo squilibrio di cui soffrono, proprio perché non c’è, sull’altro piatto, la restituzione di quanto dovuto.
L’evasione fiscale che sfonda i limiti del ben vivere, oltre che del benessere collettivo, diventa mancanza: di tempo, relazioni, pensiero, sentimenti oltre che di servizi, istituzioni, progetti, occasioni, bellezza.
Abitano case troppo grandi e sempre più deserte, dentro le cui stanze vuote si amplifica ogni paura, radicate in un territorio defraudato della sua fertilità, ferito dalla cementificazione e dall’incuria, abbrutito dalla mancanza d’amore di chi lo considera solo proprietà.
L’avanzo, di denaro, capitali, immobili, accumulati è un disavanzo di memoria, speranza, possibilità.
Non sono certa che la sofferenza sociale sia dovuta alla recessione se quello che è stato chiamato progresso ci ha chiusi nella fortezza di un PIL fondato sulla desertificazione della convivenza, la distruzione dell’ambiente, la guerra ai poveri.
Forse abbiamo bisogno di ritrovarci a riparare i danni che il governo dissennato dell’economia ha inferto alle nostre vite ritrovando quei gesti quotidiani di cura di cui le donne per millenni hanno conservato e tramandato il sapere, anche in condizioni di subalternità.
Oggi possiamo essere mortificate, discriminate, licenziate, escluse dall’informazione e dalle sedi di decisione politica, perfino stuprate e uccise, ma non siamo più subalterne. Non lo siamo noi donne e quindi non lo sono operai e operaie, lavoratori e lavoratrici dipendenti, perfino donne e uomini sfruttati e schiavizzati sul cui dolore abbiamo costruito la nostra abbondanza.
Ogni tempo ha le sue necessità e forse a noi tocca riparare i danni, uscire dalle complicità, riattivare le energie che avevamo lasciate inutilizzate.
In questo non c’è età che tenga, ognuno, donne e uomini, vecchi e giovani, è chiamata, chiamato, a fare la sua parte, a mettere risorse e talenti, esperienza e immaginazione, con lucidità e mitezza, coraggio e senso del limite, con incisiva sobrietà e un pizzico di leggerezza.
“Tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi” dice il poeta. (Montale, 1948)
Noi, determinate e sorridenti, come le donne impreviste di tutte le stagioni nuove.


* E' uno degli articoli per prossimo numero di Marea, www.mareaonline.it
in uscita a marzo 2012, dedicato al tema  Bilanci