Non una di meno

Non una di meno

venerdì 23 settembre 2011

LE PAROLE PER FARE di Rosangela Pesenti

A che punto è l’alfabetizzazione nel nostro Paese? Sembra una domanda stupida visto che dalla fine
degli anni Settanta è cominciata la scolarizzazione di massa e un numero crescente di studenti è
entrato anche all’università.
Questo per quanto riguarda l’alfabetizzazione tradizionale, perché per i nuovi linguaggi le giovani
generazioni sembrano crescere sapendo padroneggiare video e computer, cellulari e navigatori.
Cosa significa quindi oggi essere alfabetizzati?
Come in tutti i tempi possedere la chiave d’accesso ai codici che costruiscono i messaggi e quindi
avere consapevolezza anche dei mezzi che li veicolano. Sappiamo ormai che l’intero mondo può
essere visto come un sistema di comunicazione nel quale siamo immersi e del quale facciamo parte.
Se torniamo alla scuola, ad esempio, possiamo vedere che non è stata solo un luogo dove imparare
a leggere la realtà e avere accesso alla forma istituzionalizzata del sapere, ma anche un sistema di
indicatori che designano la collocazione sociale, costruiscono le posture dei corpi, gli atteggiamenti,
le regole non scritte degli scambi, l’attribuzione di valore agli alfabeti stessi distinguendo
gerarchicamente forme espressive, arti e mestieri. Non a caso oggi aumentano le iscrizioni ai licei,
visti quasi come beni-rifugio da famiglie che ancora pensano alla laurea come opportunità di fare
il salto sociale e che sperano di collocare i figli in una professione socialmente più prestigiosa e
quindi meglio retribuita.
Come diceva McLuhan il mezzo è il messaggio.
Scriveva Massimo Gramellini su La Stampa del 3 settembre che mancano i fornai e per cinque posti
da vigile urbano si presentano in ventimila, perché non esiste più la considerazione sociale di certi
mestieri mentre, riassumo, si può benissimo essere dei laureati cretini e fare il barbiere leggendo
Umberto Eco.
Vero, ma si dà il caso che giornalisti, medici, avvocati, docenti universitari non pensano mai che i
propri figli e figlie possano fare il panettiere o l’estetista e l’invito, non esplicito, è rivolto a quelle
che un tempo si chiamavano classi subalterne il cui compito era, ed è, di riprodurre anche il lavoro e
le sue condizioni secondo i dettami dei padroni del vapore (oggi ridotti a spesso a meri speculatori).
Perché fare il panettiere non è solo un lavoro faticoso, ma, come moltissimi lavori poco ambiti, si
mangia tutto il tuo tempo e se c’è una cosa che ragazze e ragazzi hanno capito, senza che la scuola
l’abbia insegnato, è che il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo.
Qui, nella Repubblica democratica, che tante speranze di giustizia sociale ed uguaglianza ha
suscitato in quelle classi, ha fallito proprio l’alfabetizzazione scolastica, diventata per le ultime
generazioni solo la corsa a tappe di un addestramento al sapere codificato nelle forme richieste per
diplomi e lauree, in nessun caso, se non casualmente, legato allo sviluppo dei talenti personali e
ancora meno delle competenze sociali e civili, unicamente finalizzato ad avere un posto migliore
nella società. Speranza ormai ampiamente disattesa e in realtà pochissimo realizzata anche nel
passato.
Al linguaggio gerarchico che struttura l’immagine profonda della scuola, che ancora non è riuscita
ad affrancarsi dalle sue origini, che fossero i collegi militari o la ratio studiorum dei gesuiti, visibile
nella prossemica degli arredamenti come nei modelli burocratici di relazione tra i soggetti (dai
registri in su e in giù) si è sovrapposta una rigida scansione industriale dei ritmi, attraverso la
segmentazione temporale delle discipline e delle attività, oggi sempre più accelerata.
Il ritmo del tempo, che organizza la struttura emotiva profonda e consente ad ognuno
l’apprendistato della vita, è ingabbiato a scuola nella successione seriale (e casuale) delle discipline
il cui senso viene mortificato e ridotto a mera funzione misurabile dell’apprendimento.
Ragazze e ragazzi sembrano analfabeti di quella lingua della comunicazione su cui pure si fonda
la scuola, impermeabili alle persone come ai sentimenti, a cui oppongono un’ottusa passività, in
prevalenza le ragazze, e un ribellismo vuoto e fiacco, in prevalenza i ragazzi.
Si difendono come possono da noi, dagli adulti impastati di ipocrisia o di impotenza, e sono poi

straordinariamente lucidi nel giudicarci, forse proprio perché vanno oltre le parole e ascoltano
quello che arriva alla pelle e fin dentro al cuore.
Sono analfabeti perché il mondo intorno, quello della TV come quello parentale, parla una
lingua insieme deprivata e ridondante in cui operano, come se fossero nuove regole sintattiche,
la generalizzazione degli stereotipi, la deformazione dei sentimenti, la cancellazione dei dati di
realtà, un linguaggio di parole e immagini in cui niente è ciò che appare e i significati diventano
inesorabilmente ambigui fino all’impraticabilità.
Hanno il cellulare, i giubbotti alla moda, il computer, ma sembrano deprivati della parola perché
mancano di quel “prima e dopo” che è l’ossatura di ogni possibile narrazione di sé.
L’eterno presente del tempo seriale che la scuola impone, dall’età in cui l’idea di sé ha bisogno di
ripercorrere il piccolo passato alle spalle per misurare la solidità di un terreno sul quale si sa che
misteriosamente correrà il futuro, rappresenta una costrizione alla cattiva abitudine di considerare le
persone solo nella loro funzionalità produttiva.
L’idea che l’acquisizione delle competenze umane sia programmabile a imitazione della confezione
dei prodotti è una forma di genocidio delle intelligenze e delle sensibilità.
Non conta la loro età in crescita e quel tempo di sedimentazione che serve, diverso per ognuno,
per sapere e sapere di sé, come non conta l’età “matura”, quel mestiere acquisito con l’età che
ti consente di leggere sul loro viso come in un libro aperto, di cogliere l’atmosfera di una classe
nell’attimo in cui entri in aula e saper partire sempre da dove loro sono, e non dai tuoi pensieri, per
aprire qualche altra porta, indicare qualche sentiero.
Il modello sociale proposto dal capitalismo non è certo quello di sviluppare i propri talenti, accedere
a tutti gli alfabeti, svolgere un lavoro adeguato alle proprie attitudini e, soprattutto, avere tempo per
sviluppare i propri interessi liberamente secondo la propria inclinazione.
Il modello è: arraffa più soldi che puoi in qualsiasi modo per accedere ai consumi che il mercato fa
brillare sotto i tuoi occhi negli involucri che celano la realtà, spesso miserrima, del contenuto.
Loro, ragazzi e ragazze, lo fanno e moltissimi in modo tutto sommato più dignitoso rispetto alla
volgarità dell’offerta sociale di precarietà senza diritti. Si impegnano nella scuola, le ragazze
soprattutto, che appartengono al genere giunto da poco più di trent’anni al diritto all’istruzione,
si impegnano a proseguire la propria formazione, hanno fame di cultura e di un mondo in cui
esprimere le proprie potenzialità.
Qual è la risposta? Non solo la riesumazione di una terribile parola: selezione, per giunta
accompagnata dalla presa in giro del merito, ad occultare il fatto che il sistema non ha previsto
che davvero si realizzassero le promesse di uguaglianza e libertà, ma anche un mondo inospitale:
la bruttezza impera ovunque, dietro la facciata dei ristoranti alla moda, nei laboratori dove si
confezionano gli abiti, sul retro delle discoteche che assomigliano alle discariche, intorno ai
capannoni e agli snodi stradali che hanno cementificato il territorio e, ovviamente, nelle scuole in
disfacimento dove gli insegnanti sopravvivono ai propri stessi talenti, mortificati da una propaganda
finalizzata alla scomparsa della scuola pubblica e dalla ferocia dei tagli alle risorse, compresi gli
stipendi.
Il tempo, questo patrimonio fragile che ci portiamo, affascinante luogo d’attrazione per la ricerca
concreta come per la speculazione astratta, difficilmente descrivibile fuori dai vissuti che segnano
il nostro modo di guardare al mondo, è l’elemento più “offeso” nella scuola e in quest’offesa c’è
molto del dolore che si porta la varia umanità che oggi vi abita.
Il tempo “compresso” a scuola finisce per occupare indebitamente tempi, spazi ed emozioni
della vita individuale come un fiume a cui una dissennata politica del territorio ha imposto argini
innaturali e impropri, producendo un malessere individuale che deposita nella scuola le scorie
di un generale incattivimento dei rapporti interpersonali (visibile nel gusto della piccola pratica
prevaricatoria) e l’impoverimento delle pratiche didattiche per le quali non esiste mai un tempo di
riflessione adeguato.
Ecco perciò la risposta alla mancanza di panettieri: la fame di tempo per sé che s’innesta sul
bisogno di capire e la richiesta di rinnovata possibilità di alfabetizzazione.

Se fai il panettiere non avrai mai tempo per suonare, danzare, contemplare il cielo stellato, ma oggi
nemmeno se fai il ricercatore o l’avvocato perché la differenza è sempre più tra i privilegi e da qui
nasce la mortificazione del lavoro che diventa solo un mezzo per l’accesso al consumo.
Proprio la distruzione della scuola pubblica è il segno più eclatante che il capitalismo non è
riformabile e si può salvare solo tornando indietro, allo sfruttamento servile dei migranti, alla
subalternità delle donne relegate nelle case in sostituzione del welfare, alla riproduzione di
esseri umani che cercano la propria sopravvivenza contro i propri simili esponendosi a qualsiasi
asservimento e mortificazione.
Eppure proprio gli esseri umani rappresentano il potenziale di cambiamento che può sempre agire
l’imprevisto della storia e tra questi le donne che ancora governano la vita quotidiana dove si
costruisce la resistenza alla colonizzazione dell’immaginario e alla mortificazione dei corpi.
Se il mezzo è il messaggio, i vettori della comunicazione sono sempre retroattivi e l’interazione dei
soggetti viventi non può mai essere interamente controllata.
Nel silenzio dei mezzi d’informazione, accanto ai rituali televisivi che rappresentano la politica
come teatrino e i corpi in vendita, mentre i mercati distruggono ricchezza e il nostro governo
si dissolve al centro, nascono e rinascono ovunque luoghi di partecipazione e ascolto dove
s’intrecciano i saperi espulsi dall’accademia e gli alfabeti del vivere in cui si rimescolano le storie e
crescono nuovi linguaggi.
Da lì, da questi luoghi disseminati sul territorio, ancora sconosciuti gli uni agli altri, possono
nascere le forme del nuovo che è sempre invisibile nel suo stadio iniziale, ma presto potrebbe
trovare le parole per dirsi.
Non c’è solo la catastrofe all’orizzonte del futuro, bisogna saper guardare bene e cominciare, nel
piccolo, a provarsi in nuove pratiche del vivere, magari cominciando da quelle che sembrano più
banali e che costituiscono la qualità della vita quotidiana, perché dalla barbarie non si esce ad opera
dei governi e spesso nemmeno seguendo le loro direttive, dei vecchi come dei nuovi, ma solo col
desiderio e l’impegno, la consapevolezza e la responsabilità. Si esce dalla barbarie cominciando a
resistere all’imbarbarimento delle relazioni umane e dei luoghi.
Le donne hanno dimostrato che si può cambiare il mondo senza avere il potere, soprattutto quel
modello di potere che oggi mostra la sua ferocia e insipienza nella soluzione dei problemi umani.
E forse oggi potremmo conquistare il potere proprio cambiando il mondo, che è prima di tutto una
visione, un modo di pensare, una mentalità, un gesto, un sorriso, un’ironia, uno spostamento, una
scelta, un piccolo sfrontato coraggio di essere.
(dalla Rivista “Su la testa”)

martedì 13 settembre 2011

Dimissioni, subito - di Monica Lanfranco



Chiedere scusa, alle donne, alle suore, al paese, all' Europa, al mondo.
Chiedere scusa prevede che chi ha sbagliato si renda conto del gesto
che ha compiuto, delle parole che ha usato, delle offese che ha
recato, della violenza compiuta.
Chiedere scusa rivela e attua le condizioni di una relazione che è in
corso tra chi ha offeso e chi è stato offeso, (o offesa), e lo scusarsi
può essere la prima condizione attraverso la quale la relazione può
riprendere, e forse perfino migliorare dopo l'empasse.
Da più parti, dopo l'inqualificabile 'barzelletta' di Sacconi si sono
invocate le sue scuse, appunto, da rivolgere ad una serie di soggetti che sono
stati offesi:  le suore, quindi per traslato anche la religione
cattolica, e poi le donne, in qualità di oggetti di stupro.
Le reazioni nel web, attraverso i social network ma anche nelle case,
nelle strade e nei luoghi di lavoro da parte di donne e anche di
uomini sono state unanimamente di sbalordito sdegno, ma ben poco di
sorpresa: cosa ci si può aspettare da uomini di potere che condividono
l'orientamento culturale ed economico di questo governo, alla cui cima
c’è un anziano ben poco colto e affetto da priapismo?
Non è in alcun modo ammissibile da parte di nessuno, e meno che
meno ad un rappresentante istituzionale, che si possa scherzare sulla
violenza più devastante che un uomo possa compiere su una sua simile,
nè tantomeno che si asseveri la nefasta e disgustosa convinzione
secondo la quale una donna che viene stuprata, se non lo vuole, può
evitarselo. Come dire, tanto per riandare ai tempi del documentario
Processo per stupro, che sono le donne che se la vanno a cercare.
Il ministro Sacconi ha già mostrato cosa pensa delle donne e degli
uomini, quale sia il suo senso dello stato e della solidarietà, quando
ha pensato a tassare le rimesse delle e dei migranti, quando ha
espresso la sua opinione sul democratico e pacifico strumento dello
sciopero, per citare solo alcuni dei suoi convincimenti.
Non si può mai dire quale sia il fondo, quando si ha a che fare con
persone prive delle qualità umane e morali che dovrebbero essere
prerequisito per rappresentare un paese.
Ma sicuramente, senza indugio e appello, è necessario recuperare il
senso dello sdegno e della ripugnanza verso una deriva sessista e
triviale ormai invalsa da troppo tempo in Italia, che sin dal 2006
fece scrivere al collega britannico Micheals il famoso articolo in cui
 si domandava come fosse possibile che la tv passasse indenne e nel
silenzio immagini e modelli femminili indegni.
Per cominciare il dottor Sacconi non può più essere ministro della Repubblica.
Almeno della Repubblica delle milioni di donne e uomini che, ne sono
certa, non possono sopportare questa rappresentanza infamante e
degradante.  Si dimetta.



http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fs.repubblica.it%2F50d5gv&h=iAQDuU7N1AQCse9u3UHhnvOZQ0ba3t1y2IPQGnyNf_2dFpw

http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fritentasaraipiufortunato.blogspot.com%2F2011%2F09%2Fsacconi-risponde-e-rincara-la-dose.html%3Fspref%3Dfb&h=QAQDMDQyzAQBPuTrVg40q2pjfE_4S3Ca3B-R2_ceB_8zyxg

mercoledì 7 settembre 2011

Vita da streghe: LETTERA COLLETTIVA ALLO IAP

Vita da streghe: LETTERA COLLETTIVA ALLO IAP: Ecco di seguito il testo della lettera allo IAP - Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria, promossa dal gruppo Facebook "La pubblicità...

OFFICINA DEI SAPERI FEMMINISTI: "TUTTO SU MIA MADRE"

Caranzano 2011, non vedevo l’ora di tornare nel vivo di questa esperienza collettiva e di condivisione che da 3 anni a questa parte mi rimanda a casa con la testa piena di voci, pensieri, frasi sospese da rielaborare e su cui ragionare, idee, testimonianze, concetti e nuove parole da aggiungere al mio vocabolario quotidiano di nuova femminista.
Il titolo del seminario è : “Tutto su mia madre”, il tema dunque è il materno, il materno sociale e biologico, l’essere o il non essere madre, le scelte e gli ostacoli che riguardano le scelte di fare o meno un figlio, i rapporti con le nostre madri e il perpetuarsi di quell’esperienza nella relazione con la propria figlia, gli errori, le speranze, le aspettative…. Ma soprattutto l’essere madri di se  stesse
Ho 30 anni e convivo con il mio compagno da 1 anno, inutile dire che stanno maturando in me una serie di cambiamenti,  una presa di coscienza rispetto alle relazioni tutte e rispetto a me stessa, ma soprattutto in questo mio nuovo  percorso inciampo spesso nel concetto e nella parola materno e madre, sia perché l’idea di un figlio comincia a punzecchiarmi,  e le paure e le perplessità affiorano puntuali ogni volta, sia perchè staccandomi da mia madre emergono diversi punti nella nostra relazione che sto cercando di chiarire.
Noi siamo arrivate il sabato mattina, ma in realtà già più della metà delle altre donne era già a Caranzano il venerdì sera, e si sono viste un film con la Cortellesi… (del quale mi sono persa pure il titolo)
Sabato ore 10.00 eccoci al casale “Altradimora” e veniamo subito accolte da Monica e Laura con i loro abbracci cosi caldi e i loro sorrisi… ma soprattutto il caffè sempre pronto sul fornello per le nuove arrivate.
Comincia il giro di ispezione per ritrovare le donne conosciute gli altri anni e che da un anno attendevo di rivedere, per poi passare incuriosita a sbirciare i volti di chi ancora non conosco.
Arrivano anche le ultime donne… abbracci di benvenuto e caffè anche per loro e… si parte! 
Andiamo tutte nella depandance, uno stabile distaccato dalla casa principale, dove tra poltrone, sedie, cuscinoni giganti e tappeto, ognuna sceglie il posto dove passerà praticamente tutta questa giornata di scambio e riflessione.  E cosi, una volta accomodate, Monica dà inizio alla giornata… e partono le brevi presentazioni di ognuna.
Negli altri anni, durante i seminari “Corpo indocile” e “Generazioni”, il tutto si svolgeva discutendo i temi partendo da un punto di vista politico, dalle idee di base del femminismo riguardo ai temi trattati e dal contesto storico/antropologico delle questioni e non mancavano di certo le storie personali.
 Quest’anno invece, quello che più mi ha colpito, è stato che automaticamente, dopo l’introduzione delle relatrici, sono subito cominciati i racconti personali, le storie, le dichiarazioni di esperienze che hanno segnato l’autodeterminazione delle protagoniste, i ragionamenti, le domande poste non per ricevere risposte (perché non ce ne sarebbero state), ma per restare in quella stanza ad aleggiare e stimolare al ragionamento tutte quante. In quei racconti ognuna ha fatto rivivere le nostre madri, le madri delle nostre madri, in una catena di rapporti tra donne che, gira e rigira, alla fine si ritrovano sempre in grande similitudine. In quei racconti sono emersi i disagi di una scelta, ovvero quella di non essere madre in una società che fin da quando sei piccola ti mette il bambolotto in mano, o che quando hai 30 anni e dici di non sentirti realizzata socialmente ti risponde che la soluzione è mettere al mondo un figlio così ti passano tutte le palline che hai per la testa. Oppure gli ostacoli di un’altra scelta, quella opposta, ovvero quella di volerlo un figlio, quella di scegliere di divenire madre e il conseguente tentativo  del mondo del lavoro, del sistema, di rinchiuderti tra le mura domestiche al primo accenno di pancia, con escamotage tipo le lettere in bianco firmate prima delle assunzioni, oppure ricatti che mettono le colleghe in posizioni di antagonismo tra loro sulla questione del rientro e del licenziamento. Con le storie di donne che in casa davvero non ci son volute stare e per le quali non è stato facile rientrare nel  mondo del lavoro.  Si è parlato di cosa è stato essere figlie e di quanto spesso, anche non volendo, questa relazione ha segnato il nostro rapporto con il sesso e con le figlie femmine.
Ma lì, a Caranzano, in mezzo alle vigne, un cerchio di 50 donne oltre che ad essersi scambiate racconti di vita reale, esperienze,  pensieri, perplessità e  paure,  ha fin da subito tentato di smantellare i luoghi comuni che il patriarcato ancora oggi ci infila in testa fin da quando siamo in fasce. Abbiamo smantellato paure legate a credenze politicamente superstiziose, raccontandoci, scambiando vissuti e storie di chi comunque alla fine in un modo o nell’altro ce l’ha fatta. Ce l’hanno fatta a scegliere di abortire senza sentirsi in colpa come vorrebbero tutti, ce l’hanno fatta a vivere la propria strada e a non annullarsi nonostante la scelta di divenire madre, anche di più di un figlio, ce l’hanno fatta quella bellissima coppia di donne lesbiche che ha scelto di avere ben due figlie/i, ce l’hanno fatta le donne con esperienze difficili nella relazione con le loro madri, relazioni che solo da adulte sono riuscite a rielaborare con buoni risultati, tra cui il riconoscersi altre rispetto a quel corpo materno dal quale temevano una “trasmissione genetica” dei difetti relazionali.  Donne che ce l’hanno fatta anche per il solo motivo che erano lì a raccontare le loro perplessità, dimostrando che non è tabù, che il privato è politico, che quelle storie sono intrinsecamente legate alla realtà che tutte noi viviamo quotidianamente, o abbiamo vissuto, o ci potrà capitare di vivere, anzi quelle storie sono la realtà.
Partire dai racconti personali delle donne mi è servito davvero molto per capire che le problematiche, più o meno, tirando le fila, sono quelle per la maggior parte di noi.  Ho capito che non sono sola a pensarmi diversamente dal modello imposto e a cercare un equilibrio anche grazie a madri che non sono solo quella biologica, ma soprattutto mi ha stupito la forza che mi ha dato questo scambio con loro, mi ha dato la certezza che le donne devono assolutamente stare insieme, creare delle reti, per salvarsi e per riuscire a smantellare questo sistema patriarcale che ci vorrebbe tutte con il ventre gonfio e le padelle in mano. Perché tutto è di nuovo in pericolo! Sapevo delle lotte  in cui le donne prima di me si sono spese per i diritti di cui oggi io godo, e per questo sono femminista, perché al femminismo devo la mia libertà e ora tocca a me parlare, esserci e continuare la  ricerca di luoghi di condivisione femminile dove creare i presupposti per  migliorare la nostra condizione di donne,  e quindi la civiltà tutta. So anche  quanto quelle vittorie ormai siano precarie, è tangibile ogni giorno,  e so che la rivalità e la divisione tra le donne di oggi sta aiutando  moltissimo questo processo di involuzione dei diritti e delle condizioni della donna! so quanto ora questi diritti vacillino più che mai… e conosco l’urgenza dell’unirmi ad altre donne per cambiare ancora la storia! Insieme e solo insieme!
Da “giovane” femminista mai avevo sperimentato un’esperienza di condivisione cosi forte e intima da farmi credere davvero che è quello il punto cruciale, la relazione tra le donne, il dialogo, lo scambio per conoscere tutte le realtà che ci appartengono, sono queste esperienze che formano una coscienza politica solida. Ho sempre immaginato le donne del passato molto legate tra loro, o forse era solo un desiderio profondo che ho da sempre, quando parlano di antenate le immagino durante il giorno in mezzo ad altre donne a scambiarsi opinioni, segreti, conoscenze, racconti, magari mentre lavorano nei campi, o tessono tappeti, o curano i bambini e preparano il cibo… per poi tornare a fingere di essere sole e chiuse al rientro del marito a casa. Ma ora che lo potremmo fare alla luce del sole mi ritrovo a rendermi conto di quanto divario c’è tra le donne, e ne soffro e non riesco ad accettarlo. Ma ritrovare l’antico calore femminile nei seminari come quello a Caranzano, è un’esperienza che davvero rigenera i pensieri, le speranze, le energie e rinnova le iniziative e i propositi, i percorsi e le lotte.
 Ora, ancora con le voci di Caranzano in testa, le vista tranquillizzante di quei monti pieni di vigne negli occhi, il tepore delle parole e degli sguardi delle donne addosso,dentro,  sto leggendo il libro di Monica Lanfranco “Letteralmente femminista” e condivido con lei il grande desiderio che un giorno le donne tutte, sentano l’urgenza irrefrenabile di unirsi, come per istinto, senza alcun tentennamento…come fosse la reazione più naturale a tutto quello che ne stanno facendo del mondo, sia a livello umano dei diritti e delle relazioni, sia a livello ambientale,  il capitalismo, il patriarcato e il consumismo.
Avrei voluto scrivere un piccolo sunto di come sono stati trattati e temi e di cosa si è detto, ma è ancora troppo difficile per me. Sono molte le cose che mi sono portata a casa, che ho in testa e sulle quali in questo anno ragionerò ..sono tante e per ora ancora molto intricate, ma il mio più grande ringraziamento va a tutte quelle che ci sono state e che mi hanno dato così tanta consapevolezza tranquillizzando il mio senso di solitudine, e facendo delle mie paure presupposti di autodeterminazione.
Grazie di cuore.
Tiziana

lunedì 5 settembre 2011

un articolo di Dacia Maraini sulle giornate di PuntoG2011


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IL SALE SULLA CODA

Se la democrazia è un fatto di genere

Islam e corpo femminile, ma anche Occidente e disoccupazione

«Ho 28 anni e vorrei fare un figlio ma non posso. Mi hanno detto che se rimango incinta mi licenziano». Questa è una delle testimonianze vive del convegno «Genere e globalizzazione» che si è tenuto a Genova il 25 e il 26 giugno. Due giornate intensissime organizzate dalla rivista Marea , guidate da Monica Lanfranco e Laura Guidetti. La mattina si parla di globalizzazione e corpo delle donne. «Quando una donna rivendica diritti universali diventa nemica del suo popolo», racconta l' irachena Houzan Mahmoud. «Nessuno è piu contrario alle leggi della sharia di chi le vive sulla propria pelle», incalza l' algerina Soad Baba Aissa. «Si invoca la libera scelta, ma veramente possiamo considerare libera la scelta di morire sul rogo del marito o di portare il velo totale?», si chiede l' indiana Gita Sahgal. «Molti vogliono recuperare i valori tradizionali, il ritorno alle radici: la purezza delle donne, il matrimonio infantile, la punizione delle adultere. Ma nessuno di loro rinuncia al cellulare, all' automobile, all' aria condizionata». «La resistenza contro il totalitarismo religioso avviene spesso attraverso una fitta rete di donne, in un sussurrio sotterraneo. E rischiano la vita. Ma nessuno le ringrazierà quando i dittatori saranno stati cacciati». Nella pausa di mezzogiorno appaiono, tutte vestite di rosso, le ragazze della Omsa che protestano per la perdita del posto di lavoro. «La nostra fabbrica non era in perdita ma i dirigenti hanno trovato più conveniente trasportarla all' estero. Siamo sicuri che questa continua perdita di lavoro alla fine non impoverisca tutto il Paese, nonostante l' apparente immediato risparmio?». Commovente il loro muoversi all' unisono al suono di un fischietto tirannico, i movimenti che imitano i gesti della fabbrica, lo stendersi per terra imitando la morte per inedia. Nel pomeriggio arrivano le grandi madri della politica al femminile: Lidia Menapace, Luisa Morgantini, Susanna Camusso. E sono le giovanissime a interrogarle, guidate dalla combattiva Lorella Zanardo. Dalle loro domande si capisce che il lavoro non è solo possibilità di guadagno, ma qualcosa di molto piu profondo che tocca l' autostima e il rapporto col mondo. Il lavoro è identità, esperienza. Certo, anche fatica, ma traccia un legame che fa crescere e desiderare. Senza lavoro il mondo appassisce, il futuro si torce su se stesso trasformandosi in un eterno presente senza senso. Viviamo ancora nel mito della classe operaia. La novità forse va cercata anche fuori dalle istituzioni politiche, nei movimenti dei precari. «Abbiamo sviluppato un io eccessivo», dice Lidia Menapace, «bisognerebbe ricostruire una coscienza collettiva». Ricreare Consigli di zona? I partiti di sinistra sono rimasti indietro. Non si fidano dei movimenti e vanno incontro alla sclerosi. Il concetto del Pil andrebbe rivisto. Forse è da cambiare tutto il sistema basato sulla crescita incontrollata e indefinita. Probabilmente il futuro sta altrove, in un sordo gorgoglio che sale dalle rete e ha la forza di smuovere il mondo. Chi ha orecchi per ascoltare? RIPRODUZIONE RISERVATA
Maraini Dacia
Pagina 45
(12 luglio 2011) - Corriere della Sera