Non una di meno

Non una di meno

mercoledì 30 marzo 2011

COME LE DONNE SOSTENGONO L'ECONOMIA CRIMINALE

articolo di Rosangela Pesenti
pubblicato per  “Su la testa” novembre 2010

L’economia capitalista determina, sostiene, favorisce, i crimini contro l’umanità. Guerre, carestie, genocidi si succedono, come nei tempi bui dell’economia feudale, perché il legame tra profitto e mercato non produce libertà e risorse per tutti.
I problemi economici attraversano la vita e i discorsi quotidiani, e non solo da quando la crisi costringe a confrontarsi con le fonti di redditi e salari e a ripianificare i consumi. L’andamento della borsa è da anni un settore fisso del telegiornale, una sorta di giaculatoria mattutina accanto alle previsioni meteorologiche, le notizie sul calcio e spesso l’oroscopo, segnalando così “inconsciamente” il proprio carattere poco scientifico e l’uso manipolatorio, eppure l’economia resta un tema per addetti ai lavori: gli economisti parlano il loro latinorum disdegnando di ridurlo ad una lingua “volgare” comprensibile alla gente comune, le banche segnano il territorio con la loro capillare presenza, come un tempo le chiese, richiedendo la stessa obbediente osservanza, e rispondono all’oscura logica sovrastatale del mercato, intoccabile come dio.
Paradossalmente proprio le donne, che gestiscono la stragrande maggioranza delle “economie domestiche”, ammortizzando tutte le emergenze, sembrano lontane dai discorsi economici e ignorano i legami tra la loro attiva partecipazione a definire i consumi e i flussi di denaro che muovono l’accesso al sistema delle risorse, come se fossero analfabete.
Attive nelle reti del consumo sostenibile come in quelle del commercio equo o nelle campagne per i beni comuni, dall’acqua alla difesa del territorio dalla cementificazione, come dagli insediamenti aggressivi (vedi TAV, no Dal Molin, il ponte sullo stretto), diventano invisibili come soggetto politico che rilegge il mondo a partire dalla propria storia, eppure senza l’analisi dei modi con i quali le donne costruiscono  esistenza non è possibile comprendere come far uscire dalla morsa del mercato capitalistico la relazione tra lavoro, ambiente e risorse.
Esiste un legame profondo tra la forma delle relazioni famigliari e l’economia criminale: non a caso tutte le grandi organizzazioni di tipo mafioso si fondano sulla struttura patriarcale, che prevede sostegno affettivo, cura domestica, collaborazione a vari livelli e fedeltà da parte  delle donne, nel ruolo di mogli, madri, figlie, sorelle, che al massimo aspirano ad un’emancipazione imitativa, perseguita con la stessa ferocia e disprezzo per la legalità, dei maschi di cui condividono la cultura d’appartenenza.
Proprio la ribellione delle donne è un pilastro fondamentale per la lotta alle mafie, perché ne destruttura l’impianto di sopravvivenza e la garanzia di trasmissione tra generazioni, delegittimandola nel sistema sociale radicato sul territorio, ma il prezzo pagato è spesso altissimo: ricordo per tutte la giovanissima Rita Atria, rinnegata dalla propria stessa madre.
Esiste però un aspetto più “normale” e diffuso di questo legame tra famiglia tradizionale ed economia criminale, che passa attraverso la subalternità delle donne ai processi di costruzione del reddito famigliare,  nella forma soprattutto del casalingato.
Intendo per casalingato il termine ambiguo col quale si definisce l’esistenza di una donna il cui lavoro di riproduzione biologica e domestica viene svolto in condizioni di dipendenza economica dal reddito del marito.
Una categoria varia, dentro cui vengono rese invisibili storie molto diverse, costruita dal sistema capitalistico come riserva di lavoro in cui pescare (ad esempio se la forza lavoro degli uomini viene spostata sulla guerra), nel momento del passaggio al sistema capitalista, quando le donne vengono espulse da una possibile contrattazione, in analogia con l’appropriazione del territorio a danno delle proprietà comuni, con l’invenzione della proprietà privata, attraverso la legge prevaricatrice sulle recinzioni, tra il ‘600 e il ‘700.
La borghesia al potere inventa per le donne un ruolo puramente riproduttivo “naturale”, espulso quindi dalla circolazione del valore economico, di cui deve rappresentare la fonte originaria, assegnata, come la terra, ai vari proprietari, il cui modello famigliare diventa velocemente egemone.
Il femminismo ha giustamente restituito dignità al lavoro casalingo, che rappresenta nei fatti l’economia sommersa, lo sfruttamento in nero, del lavoro di riproduzione biologica e domestica al quale andrebbe garantito un riconoscimento di valore economico attraverso i bilanci pubblici con l’erogazione di servizi.
La lotta per la pensione alle casalinghe ha rappresentato un momento importante di riconoscimento politico di quel lavoro nascosto che ha contribuito a risollevare le sorti dell’Italia dalle macerie della guerra alimentando il boom economico, così come l’anticipo del pensionamento, per le lavoratrici donne rispetto agli uomini, era il riconoscimento di quel lavoro aggiunto per la manutenzione della casa e la cura dei familiari che ancora oggi, secondo i dati Istat, pesa per la maggior parte sulle spalle delle donne.
Una categoria varia quella delle casalinghe, sulla quale il movimento delle donne ha molto ragionato negli anni ’70, proprio quando il modello della moglie a tempo pieno, graziosamente installata nella cucina americana, aveva già cominciato a mostrare il rovescio oppressivo della medaglia, con l’insostenibilità psicologica della famiglia nucleare chiusa nel proprio privato, con la falsità di un’immagine di benessere diffusa comunque in modo ineguale, e le donne cominciavano a dichiararsi disoccupate, denunciando la violenta disparità nell’accesso al mondo del lavoro e a chiedere la realizzazione del dettato costituzionale.
A partire dalla fine degli anni ‘80, con il rilancio politico del patriarcato da parte della chiesa cattolica e dei partiti di governo (ma anche la cosiddetta sinistra non si è tirata indietro), si è costruita una vendetta sociale nei confronti delle donne di cui viene resa invisibile la realtà lavorativa, esistenziale e soprattutto l’elaborazione politica, anche attraverso l’appropriazione/occupazione criminale dei media.
Accanto alla crescente rabbia delle donne che perdono il lavoro, di quelle che non lo trovano, delle giovani precarie senza prospettiva, delle migranti sfruttate e schiavizzate, c’è una fetta di giovani donne, molto visibile qui dove vivo, nel profondo nord, dove il crescente benessere non ha diffuso altrettanta gioia di vivere, solidale vicinanza umana, civiltà delle relazioni, ma razzismo, chiusura identitaria, ferocia dei rapporti umani, diffidenza e rancore, porte blindate e strade vuote, che alla domanda sul suo lavoro risponde “casalinga” oppure più graziosamente, in questi ultimi anni, “faccio la mamma”.
Le incontro prevalentemente all’uscita dalle varie scuole e non saprei quantificarle nemmeno in rapporto alla popolazione femminile, ma certo occupano, nella strada, uno spazio quantitativamente abnorme rispetto alla dimensione propria e dei figlioli, viaggiando con auto di poco inferiori a un camper.
Nelle riunioni dei genitori raccontano di aver scelto di “fare la mamma” ponendosi talvolta perfino come testimoni di lotta al consumismo sfrenato, al quale ci avrebbe abituato il doppio stipendio in famiglia, e ripropongono il modello famigliare del patriarcato moderno, sostenuto in Italia dal cattolicesimo più retrivo, trasversale a tutti i colori politici come l’acritica adesione al battesimo e all’ora di religione.
Enfatizzano il ruolo riproduttivo inteso soprattutto come tutela e difesa della propria prole, senza vergognarsi di contribuire ad elevare artificiosi steccati razzisti tra i bambini, perché convinte che le differenze di classe sono indiscutibili.
Nessuno rileva che il consorte delle sante mamme è spesso un piccolo artigiano di quel vasto mondo imprenditoriale che denuncia al fisco perfino meno del salario di un operaio, professionisti che hanno costruito le proprio fortune sull’evasione, imprenditori che sfruttano l’immigrazione e votano poi gli amministratori che tagliano sui servizi.
Spesso, in questi incontri, stanno zitte le donne che vorrebbero tanto un lavoro, e non solo perché uno stipendio non basta, vergognandosi del proprio desiderio di realizzazione, tacciono quelle che il lavoro l’hanno perso, o sono precarie, e oscillano tra il desiderio/necessità di ritrovarlo e il piccolo sollievo per la vacanza temporanea da una doppia fatica, perché tale è il lavoro per le donne, sempre così doppio che non consente nemmeno di godere della vicinanza dei figli.
Sono ovviamente invisibili le migranti che curano i nostri vecchi e bambini costrette ad abbandonare i loro per anni.
Agli inizi del ‘900 le femministe socialiste parlavano di prostituzione domestica per le donne che scambiavano le prestazioni sessuali obbligatorie (e spesso violente) nel matrimonio, con il mantenimento  ai vari livelli di possibilità del marito, dal cibo e sopravvivenza per i figli, al lusso della mondanità condita di pellicce e gioielli, a cui oggi potremmo aggiungere perfino posti di lavoro privilegiato o sinecure[1]nella politica.
Al presente possiamo operare qualche distinzione definendola schiavitù, per quelle donne che il mercato del lavoro rifiuta costringendole ad una condizione, quotidianamente mortificante e logorante, di asservimento, prostituzione domestica quella che, analogamente alla prostituzione libera, si adegua alle regole del mercato traendone il massimo profitto alla pari di un qualsiasi imprenditore, ma si tratta di complicità e collusione con l’economia criminale quando una donna si beatifica nel ruolo di moglie e madre chiudendo gli occhi sulle fonti di reddito di cui gode e dichiarandosi candidamente ignorante del rapporto tra lavoro e reddito, delegati al marito che può fare ciò che vuole purché porti a casa soldi.
Queste donne dovrebbero imparare che il denaro puzza e le loro linde casette ne sono ammorbate.
Tra l’altro il casalingato femminile è parte dell’ideologia che spinge i lavoratori ad accettare, conservare e difendere anche i privilegi legali che determinano le differenze sociali a tutti i livelli, dal sistema corporativo delle libere professioni agli straordinari in tempi di disoccupazione e precariato giovanile.
Tra padroni e dipendenti le responsabilità sono certo molto diverse, ma gran parte della differenza passa attraverso la condizione delle donne, costrette a supplire alla mancanza di servizi per infanzia e anzianità. Piace soprattutto ai padroni il casalingato, perché con famiglia a carico qualsiasi lavoratore è più soggetto al ricatto e le donne precipitano nel silenzio. La TV ha rappresentato un fattore promozionale di questo modello che più propriamente si può chiamare ideologia piccolo-borghese.
Oggi la prostituzione domestica, diffusa nel profondo nord cattolico leghista e benestante, è il nome del sostegno femminile all’economia criminale, le “mamme casalinghe” dedite alla cura del marito e devotamente asservite al successo scolastico dei figli, di cui sognano le future carriere, sono le complici dell’economia criminale che devasta il territorio insieme alle relazioni umane.
Perché dovremmo ricordare che l’economia struttura il mondo e spesso proprio la famiglia è il luogo di un’infelicità rabbiosa che non trova parole per dirsi e alimenta la ricerca di capri espiatori.
Per questo non suscita il dovuto scandalo la squallida cornice del dibattito mediatico in cui un primo ministro sporcaccione propone il matrimonio con un “uomo ricco” come carriera privilegiata per le ragazze.
Come nel bel film di Rossellini su Luigi XIV, pizzi e fronzoli colonizzano i sentimenti profondi che alimentano l’immaginario, nascondendo la feroce realtà del potere.
Dietro la costruzione di scenari che alimentano la deformazione regressiva del sogno d’amore, tra cerimonie barocche e interni di case in cui l’ostentazione della ricchezza si sposa col più autentico kitsch, si rinnova il matrimonio tradizionale come veicolo e sostegno dell’economia criminale, che non è comunque mai una condizione statica e dalla quale si può sempre uscire, prima di tutto prendendo coscienza della propria condizione e chiamando le cose con il loro nome che, diceva Rosa Luxemburg, è il primo gesto rivoluzionario.
Per fortuna sono molte le donne che resistono alla criminalizzazione della propria vita, che esistono riconquistando ogni giorno la propria dignità calpestata, avvilita, ignorata, lottando senza violenza, conservando alla sopravvivenza la bellezza e alle relazioni umane la possibilità di crescita e cambiamento, accanto ad altre donne e agli uomini che hanno buona volontà.
Siamo molte esistenti e resistenti per le quali vale la pena di ricordare il bel titolo di un convegno della rivista Marea: la libertà delle donne è civiltà.




[1] La sinecura era un beneficio ecclesiastico che non comportava obbligo di uffizi e cura di anime. era utilizzato dagli intellettuali che ovviamente davano in cambio fedeltà ai dettami della Chiesa. Si può estendere oggi ai posti nelle amministrazioni assegnati secondo i criteri del nepotismo, cioè dei favori ai parenti. Es.: il figlio di Bossi in Lombardia

sabato 12 marzo 2011

A CORTENUOVA (BG) SE NON ORA QUANDO?


di Rosangela Pesenti

In un paese della Bassa pianura bergamasca, 1600 abitanti circa, i laureati della mia generazione sono ben pochi, ma il caso vuole che uno, autoctono, oggi residente in un comune vicino, sia diventato per passione uno storico, in particolare dell’età medievale a partire dalla famosa battaglia di Cortenuova, il paese in questione, e sempre il caso vuole che una, la sottoscritta, immigrata da un paese vicino nell’ormai lontano 1978 per scelta di convivenza, sia una storica, una studiosa, per passione e mestiere, di storia delle donne.
In un paese così piccolo una curiosa casuale parità di genere nell’amore per una disciplina, la storia, generalmente poco apprezzata.
Quest’anno l’amministrazione, di centrosinistra da dodici anni (e anche prima dal 1975 al 1980) celebra con solennità (ben due iniziative) i 150 anni dell’Unità d’Italia e, come sempre, invita lo storico locale, peraltro un caro stimato amico.
Io, la “storica”, invitata non lo sono mai: ho cresciuto qui i miei figli che sono diventati uomini, sono la profe conosciuta da molti alunni e alunne, a me si sono rivolte le mamme e insegnanti che hanno organizzato due anni fa un’assemblea per discutere la pseudo riforma Gelmini, sono la donna a cui si rivolgono persone e istituzioni per iniziative varie, ma nel paese in cui abito lo spazio pubblico sembra mi sia vietato, vige nei miei confronti un’interdizione che ha il sapore antico del “vade retro strega” se non fosse il dato storico, ben più recente, che ha escluso un’intera generazione politica di donne, la stessa che negli anni ’70 aveva portato tutto il Paese a un livello di democrazia più vicino ai principi dichiarati nella Costituzione.
L’amministrazione ha il diritto di organizzare le manifestazioni pubbliche invitando gli esperti che preferisce e su questo non vi è dubbio, e non porrei la questione se pensassi che è solo personale.
Sono convinta invece che la questione riguardi proprio l’interdizione dello spazio politico alle donne che hanno autonomia di pensiero: in un paese così piccolo le scelte sono molto visibili e se le donne come me sono condannate all’invisibilità sociale vincono le immagini televisive, contro le quali non abbiamo potere.
Se per l’amministrazione comunale di Cortenuova non è importante la parola, la memoria e la presenza delle donne in piazza, a ricordare la storia di questo Paese accanto agli uomini, vengono cancellate anche le tante parole condivise il 13 febbraio nella piazza di  Bergamo come in tante piazze d’Italia e del mondo.
In quel momento ci siamo ritrovate unite da rabbia e amarezza per le tante sconfitte accumulate negli ultimi anni, non solo a causa di una vendetta patriarcale particolarmente arrogante e di un governo francamente misogino, ma anche per l’insipienza di una politica che ci considera inessenziali o decorative, a destra come a sinistra.
Ci siamo ritrovate e riconosciute nella tenacia delle nostre vite e nella certezza di un cammino fatto insieme, di una storia accumulata che non potranno impunemente cancellare e anche per questo a Bergamo ci siamo date un nuovo appuntamento il 13 marzo.
Non sarà l’ennesima esclusione, non sarà l’interdizione a vita dai luoghi pubblici del territorio che abito a cambiare il mio impegno: nessuna mortificazione può fermare la mia lotta e testimonianza di sempre, ma sono convinta che il momento storico richieda anche da me quella presa di parola alla quale mi sono sottratta per anni proprio qui dove abito.
Ho taciuto perché il silenzio ti toglie almeno una fatica dalle tante di cui è fatta ancora la vita delle donne: farsi avanti è difficile quando il tuo gesto può apparire un atto di superba invadenza o di stupida vanità, è difficile anche per una come me avanzare timide proposte e trovare solo volti chiusi.
E’ stato difficile, anche per una come me, mantenere un equilibrio tra l’essere cittadina in molti luoghi e clandestina al mio paese, dove in fondo ci conosciamo tutti e i confini delle esclusioni sono quindi più rigidi, le ipocrisie più feroci, i pregiudizi più tenaci.
Se oggi scelgo di espormi, di fare un passo avanti, (e ne avrei fatto volentieri a meno) è per due motivi: primo perché sono convinta che anche i cittadini e le cittadine di Cortenuova  avrebbero diritto alla storia intera, e una volta tanto ad ascoltare una voce nuova che l’età non può invecchiare, quella delle donne che esistono e rivendicano il proprio posto nella storia di un Paese che deve proprio a loro ben più della metà della democrazia che vale per tutti.
Secondo perché non voglio che le persone, donne soprattutto, ma anche uomini, che mi conoscono e mi stimano, pensino che sono disponibile ad andare ovunque venga richiesta la mia presenza e disprezzo invece il “natio borgo selvaggio”.
Il programma della celebrazione è già stato distribuito e non si può riparare, ma sono convinta che questa sia un’occasione perduta anche nei confronti di quella parte di popolazione che ha molte riserve su questo anniversario, a cui non si può offrire solo la retorica dell’inno nazionale.
Sono profondamente convinta che il tessuto politico democratico si può ricostruire solo rendendo visibili i soggetti che ne sono titolari, ricostruendo luoghi di dialogo, praticando il confronto, anche partendo dalle periferie, soprattutto partendo dalle periferie, dove potrebbe essere più facile ascoltare e discutere le ragioni di tutti.
Senza la presenza autonoma delle donne, fuori dai recinti e dalle tutele maschili, la democrazia non può vivere, nel comune di Cortenuova, come nel Parlamento della Repubblica.
Penso anche, come tante, che questo Paese abbia sempre troppo bisogno del coraggio delle donne.
Mi piacerebbe un Paese in cui l’esistenza per le donne non sia sempre anche resistenza.
Care compagne di strada che abitate gli stessi partiti dei miei amministratori,  con molte di voi ho condiviso lotte e storie importanti, mi conoscete, per questo è soprattutto con voi che oggi voglio condividere la domanda che riguarda la mia piccola vita  moltiplicata per quella  di tutte:  “se non ora quando?”