Non una di meno

Non una di meno

mercoledì 23 febbraio 2011

LIBIA

E' da tre giorni che sono attaccata a Twitter, Facebook e Radio Popolare per seguire quasi in diretta lo svolgersi della situazione in Libia.
Purtroppo è davvero difficile mettersi in contatto con Tripoli, dove Gheddafi ha scatenato un raid aereo contro i manifestanti, i morti sono tantissimi e sono per lo più giovani donne e uomini. Tripoli è la città che ha vissuto le ore più nere, dove i morti erano ovunque per le strade, dove si sono allestite fosse comuni, dove i corpi carbonizzati erano irriconoscibili. Un vero e proprio genocidio contro il proprio popolo da parte del dittatore libico.
Non sono mancati i disertori, a loro volta fucilati e ammazzati in vari modi per aver tradito le forze armate a favore dei manifestanti, per aver rifiutato di ammazzare i loro coetanei, amici, conoscenti o comunque i proprio simili che manifestavano per far cadere la dittatura che ha strangolato per anni questo popolo! Ma ce l'hanno fatta...Gheddafi non governerà più! Questo continuano a dirlo i libici mentre Gheddafi tenta un'ultima disperata presa di posizione con un discorso che ha fatto ridere di lui tutta la Libia, la quale in questi momenti tragici non si lascia intimorire. Un ragazzo intervistato dalla radio ha detto più o meno così, rivolgendosi a chi come noi ieri stava attaccato ad internet e alla radio (la tv non ne parla in modo adeguato) per restare il più vicino possibile alle nostre compagne e compagni nord africani: " se voi fate fatica ad ascoltare e vi indignate davanti al discorso di oggi di Gheddafi, immaginate chi li ha dovuti ascoltare per forza per 40 anni questi discorsi!"
Il documento sul discorso vergognoso e inverosimile del dittatore lo si trova su internet ma anche radio e tv ne parlano. Gheddafi dice che resterà fino alla morte ma la Libia non è più sua! Tutti lo continuano a dire, nonostante nel frattempo seppelliscano morti e curino ferite, Gheddafi è finito!
E Bengasi invece la situazione è molto migliore, gli scontri, i morti e i feriti ci sono stati, ma un raid aereo fa la differenza e qui per fortuna non è avvenuto. La città è completamente in mano ai giovani, stamattina un professore universitario intervistato da Bengasi da Radio Popolare, si diceva entusiasta e davvero sorpreso di quanto stia facendo il suo popolo. Hanno preso il controllo di tutto, proteggono la città, coordinano il traffico, controllano le istituzioni e le scuole. I negozi sono aperti per permettere la distribuzione dei beni di consumo primari, le istituzioni e gli uffici sono ancora chiusi ovviamente.
Ci sarebbero moltissime cose da dire ma sinceramente le notizie arrivano in continuazione e a singhiozzo, quindi posso dirvi che io cerco di utilizzare twitter il più possibile e se posso consigliarvi una fonte attendibile di informazione in italiano sulla situazione in Libia, vi posto il link del blog di Alaska, la trasmissione di Radio Popolare diretta da Marina Petrillo, in costante ricerca di contatti e notizie che arrivano direttamente dalla Libia attraverso il web. Per i più pratici potete seguire Alaska e ogni aggiornamento in tempo reale su Twitter:

http://twitter.com/alaskaRP

intanto vi lascio appunto il link sulla trasmissione di ieri, oggi alle 12.00 come ogni giorno andrà in onda una nuova puntata, se potete seguitela.

http://alaska.radiopopolare.it
http://mir.it/servizi/radiopopolare/blogs/alaska/  a questo indirizzo trovate anche una barra audio (nell'articolo " Le armate della notte") dove riascoltare la puntata di Alaska delle h 12.00 di ieri.


IO NON CE LA FACCIO A FARE ALTRO IN QUESTI GIORNI! la posizione dell'Italia è preoccupante e vergognosa, così come sono stati vergognosi a suo tempo gli accordi con Gheddafi, come sono vergognose le prime risposte, in primis di Frattini  e poi degli altri a ruota.
Una posizione ambigua della nostra Italia che marcia su interessi e soldi e se ne frega come sempre dei diritti umani altrui. Un'Italia che ora predilige la questione immigrazione e non tiene conto di quanto dobbiamo a quel popolo, visto che forniamo al suo assassino armi e aerei da sempre e sosteniamo politiche dittatoriali di quel personaggio che ora spero tanto di vedere nella più misera solitudine.
Un' Italia che non parla se non ambiguamente, che è vigliacca e si nasconde dietro mezzi discorsi stretti tra i denti.
Ma c'è un'altra Italia che da due giorni fa presidi, si incolla a radio e web per sapere, per capire, per conoscere. Un'Italia che cerca con tutte le forze e le preghiere possibili di raggiungere le nostre sorelle e fratelli oltre mare e sostenerli in qualunque modo, sia pure solo restando in ascolto di quello che succede.
Un' Italia cosciente di tutto quello che abbiamo contribuito a far succedere fino ad ora in Libia, con il silenzio, con il rimpatrio dei barconi verso la tortura e la morte certe, con le menzogne, con gli accordi con quell'essere di nome Gheddafi, con le nostre ragazze che sono state indotte e hanno accettato di prendere lezioni sul Corano da quel mostro, in cambio di soldi, con la nostra ipocrisia e vergognosa ignoranza e superficialità.
Forse è tardi e troppo poco quello che ora possiamo fare, ora i libici hanno preso in mano la situazione e stanno ribaltando il sistema, loro lo stanno facendo e io sono felice quasi come se lo stessimo facendo noi. Ma mi vergogno eccome per la mia Italia e spero che la metà di noi che davvero si sente fiero della Libia ora continui a stare accanto al popolo libico in tutti i modi possibili. E chieda a gran voce una posizione dignitosa dell'Italia davanti a questa questione.

Tiziana

martedì 22 febbraio 2011

DONNE MANIFESTE

“Donne manifeste”

Chi convoca una manifestazione ha generalmente il potere di farlo e cioè, al minimo, un luogo da utilizzare liberamente per un primo confronto di idee, mezzi per renderlo visibile e un potenziale consenso, dato dalla posizione sociale che occupa e dalla rilevanza politica che ne deriva.

Sono contenta che esistano donne autorevoli e che alcune di queste donne abbiano proposto a tutte di manifestare, dicendo implicitamente che da sole non ce la fanno, che senza di noi, visibili, nelle piazze e ovunque, le loro parole sono deboli, la cittadinanza dei loro pensieri più incerta, la loro visibilità più occultabile anche se vivono carriere di onesta raggiunta parità ai livelli più alti di responsabilità e accesso alle risorse.

L’adesione di moltissime donne, me compresa, non è tanto condivisione di un appello, che dice il minimo e poco l’indispensabile, ma l’urgenza di rendere visibile una rabbia dentro cui stanno ragioni così grandi e gravi che nessun luogo chiuso può più contenerle.

Ha superato ogni misura questo governo nei confronti delle donne, a cominciare dalla ferocia nei confronti di Eluana Englaro fino alle leggi contro l’autodeterminazione, dal peggioramento delle condizioni di lavoro alla persecuzione delle migranti.

Possiamo dire che oggi è svelato e sotto gli occhi di tutte e tutti, anche di chi non voleva vedere o faceva finta, quello che molte di noi hanno capito con chiarezza già molto prima del 1994,  con l'attacco al femminismo della fine anni '80, la proposta del rampantismo ai giovani, il successo come parola d'ordine entrata anche nella scuola al posto del diritto, l'esaltazione dell'evasione fiscale a sostegno di un benessere rapace nei confronti del territorio, l'abito firmato come divisa di un esercito votato al disprezzo del lavoro manuale, il corpo modellato da fantasie erotiche malate come elemento decorativo e componente fondamentale dell'accesso a beni e carriere, la mortificazione del lavoro, l'introduzione della schiavitù, la dilapidazione dei beni comuni, la legittimazione della delinquenza, la violenza su donne, minori e chiunque possa essere definito inferiore, il femminicidio, l'esaltazione della famiglia ipocrita, l’attacco all’autodeterminazione delle donne, la proprietà privata dei figli, l'invenzione dello straniero attraverso definizioni emarginanti e leggi liberticide, la falsificazione della storia, il razzismo di Stato, la vergognosa omofobia,  l’ostentazione della ricchezza, la mortificazione della sobrietà e dell’onestà, il disprezzo del servizio pubblico, la rilegittimazione della scuola come veicolo e copertura delle gerarchie sociali, la manipolazione delle parole come nel caso del federalismo, l'attacco ai principi fondamentali della costituzione.   Potrei continuare a lungo e di ogni elemento qui confusamente elencato, portare le prove, i fatti, il sistema delle collusioni, la rete delle connivenze di un intero paese nel quale il degrado della politica ha cancellato qualsiasi immagine di futuro.

Possiamo dire? Possiamo davvero farlo in questo Paese dove l'accesso all'informazione è blindato e intere generazioni di giornalisti sono vendute o asservite, perfino in buona fede, che è peggio, al degrado di un potere che ha messo in ginocchio la democrazia con leggi e provvedimenti sessisti e classisti a cominciare dalla legge elettorale?

Possiamo farlo noi che non facciamo mai notizia per tutte le cose ordinarie e straordinarie che facciamo? Noi che siamo conteggiate solo nelle statistiche, politicamente cancellate quando non derise o deformate per la buona pace dei benpensanti?

Quando le donne rinunciano a pensare alla propria esistenza libera come luogo di costruzione di un processo pacifico di giustizia sociale, di pari opportunità per le generazioni successive (e non solo per i propri bambini e bambine), quando si chiudono dentro le piccole strategie di conquista del proprio microterritorio, (che sia una casa o una carriera) il patriarcato vince su tutte e i diritti vengono corrosi ad ogni livello.

Dovremmo ricordare che il patriarcato è una struttura mentale, oltre che sociale, molto antica, sostenuta dalle religioni e dai vari sistemi di potere, trasmessa dal conformismo educativo di genere, amplificato oggi dalla pubblicità e dai media.

Il problema di questo Paese è fatto a cipolla: le vicende di un vecchio sporcaccione che fa pena coprono la sua corte prezzolata che procede con gli slogans populisti, sotto stanno nascosti i loschi affari di un governo a cui non manca il fedele sostegno della chiesa e della borghesia, la prima incapace di fede, la seconda incompetente di opere, entrambe in vendita per quei privilegi con i quali l’una atrofizza ancora le coscienze e l’altra mortifica il lavoro svendendo l’economia.

C’è una questione politica che riguarda specificamente le donne e  il modo con il quale stanno dentro i luoghi, anche quelli politici e istituzionali, dove si giocano le relazioni storiche tra i generi molto più di quanto l’astrattezza dei ruoli possa uniformare e nascondere.

Ci sono posizioni politiche che vanno esplicitate, personalmente non mi sento rappresentata dalle “veline”, quelle donne che svolgono il ruolo di  “ripetelle” del leader di turno, arruolate alla difesa ubbidiente, educata o  sguaiata che sia, né dalle "governanti", quelle assunte per un casalingato di lusso a pieno servizio, addette a una fedeltà un po’ meschina come nei matrimoni convenienti, ma non apprezzo nemmeno le "vestali", donne che mortificano la propria intelligenza presidiando i valori che altri provvedono a dissipare, immolate al sacro fuoco mentre gli “uomini di Roma” da un lato gozzovigliano e dall’altro balbettano, e intanto si affonda nel fango.

Con queste parole non giudico donne, quel mistero della vita di cui ognuna sa di sé nel profondo, ma un modo di essere sociale, un insieme di comportamenti e di scelte in cui si finisce per cadere, perfino controvoglia, nei luoghi in cui la presenza femminile è così esigua, come il Parlamento, o la forma dell’istituzione patriarcale così potente (come la scuola) che la soggettività politica delle donne, nei modi in cui si è articolata e dispiegata nella storia, viene totalmente cancellata.

Riuscire a renderci “manifeste” in tante nelle piazze aiuta sempre ognuna nei luoghi che abita e oggi ha significato cominciare a contrastare la dittatura dell’immaginario mediatico che ci mortifica, ma soprattutto documentare la multiforme esistenza delle donne per le giovani generazioni di ragazze e ragazzi, cresciuti nell’ignoranza e perfino disprezzo della storia di questo Paese.

Siamo sempre noi, tornate il giorno dopo alla fatica quotidiana, alle incertezze del futuro, ai pensieri e luoghi dove siamo diversamente occupate o precarie o disoccupate, ma la visibilità collettiva di un giorno ci rende oggi più visibili anche a noi stesse, apre scenari che non riuscivamo più a immaginare, ci consente di porre alla politica questioni su cui abbiamo a lungo lavorato coinvolgendo altre donne.

Sono grata alle donne dello spettacolo che si sono esposte in prima persona in questa manifestazione (e loro più di tante dipendono da un mercato del lavoro feroce) e sono grata alle donne del sindacato e anche dei partiti perché so quanto sia difficile esistere come donna in luoghi costruiti al maschile, soprattutto perché di questi luoghi di appartenenza hanno correttamente usato il potere degli strumenti che maneggiano, ma si sono presentate sulla scena come donne, richiamandosi ad un’appartenenza politica che va oltre le tessere, le associazioni, le carriere, le condizioni, fondata nella propria storia individuale perché consapevolmente legata al cammino della soggettività politica femminile che sta capovolgendo pacificamente e in modo irreversibile le relazioni umane ovunque.

Per un lungo momento nelle piazze abbiamo sentito il respiro di quella grande storia e di quel respiro ci siamo commosse, perché sappiamo che ci ha fatto fare un passo avanti rispetto alle tante meschinità del vivere, alle quali oggi torniamo con accresciuta capacità di lotta e resistenza, forse capaci perfino di spostare qualche equilibrio in una classe politica nella quale si fa fatica a discernere differenze rilevanti di programmi e comunque interamente complice del degrado presente.

In piazza, a Bergamo, ho detto che questo parlamento non mi rappresenta perché le donne sono più della metà della popolazione e i meccanismi politici le costringono in percentuali irrisorie, ma le donne sono anche per la maggior parte lavoratrici dipendenti, nelle aziende private e nei servizi pubblici, sono più povere, più disoccupate, più precarie, più sfruttate nel lavoro domestico, più perseguitate, più vittime di violenza, e in parlamento sono rappresentate soprattutto le libere professioni, le carriere dirigenti, le appartenenze famigliari alle classi più ricche, l’abitudine al privilegio, la servitù al denaro.

Ci sono donne che possono permettersi di non andare in piazza perché hanno la possibilità di far sentire comunque la loro voce, io sto con quelle che non hanno mai “voce in capitolo” e con quelle che sanno utilizzare la propria posizione per ristabilire condizioni di pari opportunità per tutte.

Ho imparato, proprio in una grande associazione di donne come l’Udi, ad ascoltare una donna, le sue parole, a studiare le donne e i loro pensieri, ma anche a chiedermi sempre chi è questa donna, da dove viene, di che cosa vive e come, qual è il rapporto tra la sua vita e le sue parole perché so che questo conta e fa la differenza, la fa ancora per me che pure ho avuto il privilegio dell’istruzione in un momento in cui non era ancora diritto per la mia famiglia e la mia classe. Differenze che contano per tutte, ma ancora di più per le donne che accudiscono le nostre case, i nostri figli, i nostri vecchi, lavoratrici a cui la repubblica fondata sul lavoro nega la cittadinanza: molte erano in piazza con noi e insieme abbiamo parlato per tutte.

Non penso che sarà facile, penso solo che si può fare, basta che lo vogliamo in tante, facendo tutte un passo avanti, ogni giorno, ma preparandoci a fare anche qualche passo indietro per fare posto ad altre donne e nuovi pensieri. E non è solo questione di generazione o di età, ma di visioni del mondo, proposte politiche, pensieri e della capacità di interpretarli, diffonderli, crescerli e praticarli a beneficio di tutte.

So che si fa un passo per volta, ma allora perché non condividere questo passo quando è proposto da altre?

In vent’anni tutto è peggiorato, ma la condizione delle donne italiane è precipitata e una politica misogina ha aggredito quella piccola possibilità di giustizia e democrazia che ci eravamo faticosamente conquistate, così è difficile che donne senza privilegi o che non si vendono, arrivino ad essere presenti nel dibattito o nelle istituzioni, anche se i nuovi mezzi di comunicazione possono essere d’aiuto e la capacità delle donne di andare oltre le proprie possibilità ci può sempre felicemente sorprendere.

Vedo molte associazioni, e non solo di donne, che faticano a costruire opportunità di espressione democratica interna, anche perché vivono di scarse risorse, mortificate da leggi che volutamente escludono l’associazionismo politico dal sostegno pubblico.

Tanti anni fa abbiamo detto che non ci serviva denaro, ci basterebbero sedi con affitto simbolico, spazi gratuiti per le iniziative, agevolazioni per i viaggi, permessi per chi lavora, altrimenti inevitabilmente anche la politica delle donne è affidata a chi gode di qualche privilegio, perfino piccolo e onestamente ottenuto, che consente però di avere tempo libero, tempo per sé.

Ho citato l’Udi perché è l’associazione in cui sono cresciuta politicamente e oggi la guardo, da semplice iscritta, con molta perplessità.

Nell’associazione si diceva spesso “siamo donne Udi” più che “dell’Udi”, e quella preposizione articolata, che saltava nella conversazione, diceva molto di un’associazione cresciuta e vissuta, soprattutto negli ultimi trent’anni, nel corpo a corpo tra donne più che attraverso  il documento cartaceo delle tessere, peraltro assente a livello nazionale per molto tempo, o i comunicati ufficiali. Un’associazione fatta, in fondo, come sono fatte le donne, che porta iscritto nella sua storia il cammino politico delle donne italiane e non solo quello delle battaglie e delle campagne vittoriose, delle manifestazioni e delle dichiarazioni, ma anche quello più minuto e invisibile, e infinitamente più importante per la democrazia, della costruzione di luoghi d’incontro, case e sedi, aperti a molti attraversamenti e consapevoli residenzialità.

L’Udi è la prima associazione di donne, nata dentro la lotta di liberazione dal fascismo, che porta scritti nel proprio DNA la Repubblica e la democrazia, l’antifascismo e la parità tra i sessi, uniti ad una ininterrotta vocazione a praticare nella vita quotidiana la passione politica.

Sono entrata in un’Udi, nel 1978, in cui le dirigenti visibili a livello nazionale erano molte, una caratteristica che è rimasta spesso nelle Udi locali con esiti positivi. Erano donne diverse tra loro, con posizioni politiche talvolta contrastanti e perfino opposte: l’associazione non ne soffriva, anzi, ne traeva alimento e opportunità di crescita, ma erano anche donne cresciute dentro un modello organizzativo di cui tutte, loro per prime, avvertivano ormai i limiti.

Nel 1982 l’XI Congresso ha simbolicamente azzerato l’organizzazione verticale gerarchica e la struttura modellata su quella dei partiti, rompendo anche il modesto legame economico di dipendenza dal PCI, concludendo così il percorso dell’emancipazione con una parità che in quegli anni sembrava la possibilità, aperta a tutte, di raggiungere l’autonomia economica che avrebbe consentito il processo di liberazione individuale dai lacci del patriarcato familista e dell’economia misogina.

Un’operazione simbolica dirompente in un mondo politico poco lungimirante che ancora non prevedeva la frana del sistema di potere democristiano e la diaspora confusa del partito comunista.

Si trattò allora di una scelta a lungo dibattuta e sofferta per le dirigenti storiche dell’Udi, che avevano avviato da anni un confronto serrato con il femminismo al quale, non dimentichiamolo, proprio le sedi dell’associazione facevano, talvolta o spesso, da supporto logistico, offrendo ospitalità di spazi e attrezzature.

Un’operazione simbolica forte, in sintonia con l’esperienza più dirompente del femminismo che per quasi dieci anni era stato presente sulla scena politica con l’orizzontalità diffusa dei collettivi, in sintonia soprattutto con noi, giovani donne arrivate all’Udi proprio dall’esperienza femminista, che ci sembrava, di quella vecchia solenne e matronale associazione, la continuità naturale.

La pratica fu diversa poi nei vari luoghi e richiese, soprattutto a livello nazionale, una capacità d’invenzione e sperimentazione politica per molti versi inedita nel panorama circostante, che mobilitò le nostre energie intorno alla possibilità di far emergere una rappresentazione di noi che uscisse dalle strettoie, avvertite da tutte, di una rappresentanza costruita, come ovunque, sulla cooptazione.

La scommessa fu quella di riuscire a liberare le autorevolezze dai ruoli, consentendo a più donne di svolgerli, a rotazione, sperimentandosi nella responsabilità.

La scelta fu quella di avere sempre responsabilità condivise per rendere visibile il rifiuto della pratica verticistica e liberare potenzialità e intelligenze senza costruire inamovibili rendite di potere.

La scommessa era quella di aprire a qualsiasi donna la possibilità di assumere responsabilità nazionali, oltre che locali, senza discriminazioni di età, provenienza, condizione sociale.

Propositi ambiziosi certo, ma profondamente giusti e anche se non sono stati tempi facili, hanno sedimentato in molte di noi competenze politiche che abbiamo saputo praticare ovunque.

Propositi fondamentali anche per l’agenda politica che vogliamo costruire oggi.

Alle tante campagne di lotta, che l’Udi ha sempre condotto e continua a promuovere, si è aggiunta in quegli anni una libertà e qualità del dibattito che ha generato riflessioni politiche utili per il presente, una per tutte proprio quella “gestione politica delle differenze teoricamente incomponibili” che Lidia Menapace propose all’Udi e che ancora oggi può essere un’indicazione utile per tutte le donne in movimento.

Ne parlo perché la questione non è solo dell’Udi, ma di tutte le associazioni vecchie e nuove che si propongano di andare oltre la cerchia delle amiche, e investe direttamente tutte le donne che si chiedono oggi come far vivere nella pratica politica tutto ciò che abbiamo visto di noi e tra noi il 13 febbraio, in una manifestazione che ha dato alle ragazze la possibilità di esserci e a noi di riconoscere anche in loro le tante lotte vinte della nostra storia.

Ne parlo perché la storia dell’Udi è storia di tutte, un patrimonio dentro cui guardare e soprattutto da utilizzare come bene comune con il rispetto che oggi chiediamo per l’acqua, la terra, l’aria che respiriamo. Il bene comune di una storia nella quale ognuna può trovare le sue risorse proprio perché nessuna ne è proprietaria.

 

Rosangela Pesenti

Cresciuta nei luoghi in cui le donne s’incontrano, della Rivista Marea, del Gruppo Sconfinate di Romano di Lombardia, dell’Udi Monteverde, del 13 febbraio


(testo pubblicato su Noi Donne di marzo)

lunedì 14 febbraio 2011

dalla Scuola Politica Giacche Lilla

Rieccoci.... dopo una breve pausa sul blog ecco un piccolo aggiornamento!!! Sì perchè mentre qui tutto taceva le Sconfinate, da brave api operaie, erano al lavoro.

Sabato 05 Febbraio c'è stata il primo incontro della Scuola Politica Giacche Lilla, il tema "La famiglia", gli interventi davvero interessanti e numerosi.

Eravamo una quarantina di persone tra donne e uomini, l'entusiasmo e la partecipazione hanno scaldato da subito l'atmosfera e aperto un bellissimo dialogo. I diversi interventi e i vari punti di vista hanno ispirato riflessioni che ci siamo portati fino a casa e, per quanto mi riguarda, mi accompagnano ancora e mi hanno aperto un'altra finestra sul mondo.
La partecipazione delle donne dell' Arcilesbica ha dato una ventata di salutare vivacità e profondità al tema famiglia, e è dai loro interventi che, personalmente, ho ricevuto molte dritte, molti spunti di riflessione mai pensati prima. Per questo le ringrazio e mi auguro di vederle prestissimo.

A parte la sottoscritta, in preda ai sintomi influenzali, alla fine dell'incontro tutte le donne e gli uomini presenti  si sono ritrovati per un aperitivo insieme e poi, visto che la compagnia ed il feeling erano perfetti, l'aperitivo si è prolungato con una cena. Insieme abbiamo sperimentato un altro modo di fare politica, di fare scuola e di tessere relazioni umane fatte di scambi e piaceri... è stato bellissimo e appagante, un'esperienza davvero autentica!

Le "Sconfinate" si erano attrezzate di un registratore e l'idea era quella di sbobinare e pubblicare la registrazione degli interventi, sia delle relatrici che delle partecipanti, ma purtroppo ci siamo accorte solo alla fine che il registratore non aveva registrato proprio un bel niente!!!
Ci dispiace davvero moltissimo perchè quella giornata meritava proprio di essere condivisa, così da poter tornare utile anche a chi, per qualunque ragione, non è potuto esserci.

Promettiamo che la prossima volta saremo molto più furbe e magari proveremo prima gli attrezzi audio!!! :-((  e forse ci saranno pure "attrezzi video" al prossimo incontro!!!

Per quanto riguarda la manifestazione di ieri Domenica 13 febbraio 2011, invece,  le "Sconfinate" erano presenti in ben due piazze: Bergamo e Milano!!!!!!!
A Bergamo la nostra Rosangela ha fatto anche un bellissimo intervento ricevendo anche un sacco di complimenti ma visto che lei non si era preparata scrivendo l'intervento a casa, ma bensì parlando apertamente e senza troppe briglie e senza leggere,  non abbiamo il pezzo da pubblicare tale e quale al suo intervento ma è stata davvero brava e la sua grinta ha raggiunto tutti ed è stata molto apprezzata! ;-)

Ma avete visto che successone???? Milioni di donne e uomini riversate nelle piazze di tutta la penisola a gridare la propria indignazione! Musica e ombrelli colorati, cartelloni e striscioni divertentissimi!  Ognuno con un po' della propria arte ha urlato basta, ha chiesto più diritti per le donne, ha chiesto le dimissioni del vecchietto sporcaccione che come un parassita resta attaccato al suo trono, a suon di bugie e parolacce contro chi s'indigna e si vergogna della sua presenza al Governo; ha chiesto rispetto per la dignità di un Paese culturalmente alla deriva, di cui ieri tutte/i abbiamo reclamato la proprietà.
C'erano donne e uomini di ogni età e orientamento politico, c'erano bambine e bambini con i loro genitori, c'era tanta voglia di unirsi e di sentire il calore del POPOLO!

Qualcosa si sta muovendo, la giornata di ieri ne è stata testimone.... è tempo di battere il ferro intanto che è caldo!!!!


Questo era solo un piccolo riepilogo delle attività di queste due settimane, giusto per non perdere il filo!!!

A prestissimo

Tiziana ("Sconfinate")

mercoledì 2 febbraio 2011



SCUOLA POLITICA 
"GIACCHE LILLA"

SCUOLA nel senso originario greco di Skholé, che significa tempo libero e per noi quindi tempo liberato dal lavoro, dai doveri, dal casalingato, dalle preoccupazioni, dall’obbligo di divertirsi, dalla coazione al consumo, dall’aspirazione al successo,  dalla competizione, dalla dipendenza, dai sensi di colpa, dai ricatti affettivi. Tempo liberato per il piacere di stare insieme, per scoprire, imparare, scambiare, saperi ed esperienze, per inventare occasioni e incontri, per ascoltare e parlare, per condividere emozioni, silenzi, storie, per costruire luoghi solidali e culture di pace, per conoscere, pensare, trasmettere, agire le culture cancellate delle donne a cominciare dalla memoria della tante esistenze individuali dentro le storie collettive e come genere nella specie umana.
Scuola per donne e uomini che sanno riconoscere e riconoscersi.
POLITICA perché "La politica tratta della convivenza e comunanza dei diversi”, come scrive Hannah Arendt, ed è lo spazio nel quale ogni essere in quanto umano può discutere e condividere scelte in merito a ciò che ritiene bene per sé, commisurandolo al bene di tutte e tutti.
Disprezza la politica solo chi pratica la sopraffazione attraverso la violenza, la menzogna e la manipolazione.
Senza la consapevolezza politica oggi le relazioni tra gli esseri umani regrediscono alla relazione tra potenti e servi/e, capi e subordinati/e, proprietari e schiavi/e.
Quando il terreno della politica è devastato dalla corruzione e dalla sopraffazione, le donne vengono rinchiuse nel logica del privato, cancellate dalla storia, asservite nel lavoro e ridotte a stereotipo nella conoscenza.
Politica per smascherare le strutture del dominio che occupano la società e si annidano dentro di noi rendendoci complici.
Politica come cura di noi stesse/i, delle relazioni che intrecciamo quotidianamente e del territorio che abitiamo, quello piccolo che calpestano i nostri piedi e quello grande, fatto del cibo di cui ci nutriamo e dell’aria che respiriamo.
GIACCHE LILLA per ricordare quella che Rosa Luxemburg ha chiesto ai suoi amici di acquistare mentre era in carcere. Non una nota frivola, ma la capacità di vivere con leggerezza anche i giorni più difficili, praticando la resistenza alla brutalità del mondo e all’ipocrisia dei benpensanti, anche attraverso la cura di sé, del proprio abito e abitare, come sempre sanno fare  le donne in mezzo ad ogni catastrofe, guerra e degrado.
Una giacca lilla per non seguire gli imperativi della moda, ma l’espressione della propria armonia e bellezza e per noi il fiorire e sfiorire del corpo, che accompagni la liberazione dei pensieri e un cammino di speranza, nel degrado delle relazioni umane e nella meschinità del vivere in cui siamo immerse/i.

A CURA DEL GRUPPO


Per ricordare che i confini, reali e simbolici,  sono fatti per essere attraversati liberamente, per ricordare le molte barriere costruite intorno alle vite delle donne, confinate nelle case, nei lavori non pagati, nella schiavitù dei bordelli e degli stereotipi.
Per imparare insieme ad amare le persone senza rinchiuderle nei ruoli, ad amare le case senza  esserne prigioniere,  ad amare la terra che abitiamo senza diventare le vestali di nessuna patria.

Ci siamo incontrate grazie all’impegno di Rosangela Pesenti e abbiamo scelto come madrina e maestra della nostra Scuola Lidia Menapace, che volentieri ha accettato di dedicarci il suo tempo prezioso.

  
Contatti: rosangela_pesenti@yahoo.it; tiziana.aradia@gmail.com; acasatilla@gmail.com; rosselladorini@tiscali.it


PROGRAMMA 2011   

Sabato 5 febbraio
Di che famiglia sei?

Sabato 2 aprile
Donne in vendita?: Sessualità e mercato nel capitalismo in crisi

Lunedì 25 aprile
Le sconosciute che hanno fatto e conservato l’Italia dal Risorgimento alla Resistenza.
150 anni di “unità” visti dalle donne

Venerdì 27 maggio
Donne, Genere, Globalizzazione: a 10 anni dal Punto G di Genova

Ogni iniziativa verrà annunciata con un volantino specifico (le date potrebbero variare)
Per chi volesse contattarci:

http://sconfinate.blogspot.com